MISSIONE "Ad Gentes":
SFIDE SPIRITUALI DELLA MISSIONE
DEL TERZO MILLENNIO

 



   
Joseph Dinh Duc Dao
 
In un convegno di giovani, uno studente bolognese chiese alla Beata Giuseppina Bakhita: "Cosa farebbe se incontrasse i suoi rapitori?", senza un attimo di esitazione, la Beata rispose: "Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita, e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa".

La Beata Bakhita è di origine sudanese, figlia di una famiglia benestante e onesta. Fu rapita dai negrieri e da loro venduta come schiava. Passava da un padrone ad un altro, 5 in tutti, e infine, fu venduta al Console italiano in Egitto. Venuta in Italia insieme con il suo padrone, il Console, fu liberata, si convertì alla fede cristiana e poi divenne religiosa nella Congregazione delle Canossiane.

Se la Beata Bakhita ha nutrito tale sentimento per coloro che sono stati causa delle sue tante tribolazioni e solo casualmente furono occasione perché essa potesse conoscere Gesù, cosa devo dire di coloro che hanno accettato tutte le tribolazioni e i sacrifici che comportava la vita missionaria, animati dall’amore di Cristo e dal desiderio che tutti i popoli possano avere la gioia di conoscere Cristo? Come un figlio della missione, sento profondamente nel cuore un sentimento e un desiderio. Innanzitutto, il sentimento di gratitudine a tutti i missionari e le missionarie, tra i quali numerosi erano di nazionalità portoghese. Grazie a loro, alla loro fede, al loro amore e ai loro sacrifici, noi e i nostri antenati abbiamo avuto la gioia di conoscere Gesù e il suo Vangelo. La consapevolezza della grandezza e della preziosità del tesoro ricevuto fa crescere nel cuore un profondo sentimento di gratitudine verso i portatori di tale tesoro. In secondo luogo, nutro dentro di me un gran desiderio che anche nel nostro tempo, tutti i popoli del mondo siano ancora benedetti con la grazia di avere nuovi missionari che, come i loro predecessori, abbiano la gioia e il fervore di offrire la loro vita per far conoscere Cristo e il suo Vangelo in ogni angolo della terra. "Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: <Regna il tuo Dio>" (Is 52,7).

 

I. Missione nel Terzo Millennio: risposta alla sfida di Dio

Il Terzo Millennio si presenta con una prospettiva assai ambigua e, in tale contesto, le sfide che la missione della Chiesa deve affrontare sono numerose e complesse. Ne possiamo elencare alcune delle quali già se n’è molto parlate: la situazione dei poveri con tutte le questioni connesse come, per esempio, il debito estero, l’ingiustizia sociale, economica e politica; i conflitti e le guerre tra le nazioni, le etnie e a volte anche a nome della religione; l’incontro del cristiano con le persone di altre fedi e religioni; l’incontro del Vangelo con le culture; le ricerche scientifiche, particolarmente nel campo bio-etico con i problemi umani e morali connessi; il fenomeno della secolarizzazione; le sètte o nuovi movimenti religiosi o pseudo-religiosi; il fenomeno dei profugi e degli immigrati, la globalizzazione dello stile di vita, dei modelli morali e culturali, della economia e della politica, ecc.

Le situazioni si presentano tutte con gravità e urgenza e ognuna di esse richiede una attenzione e un impegno immediato e totalizzante. Davanti a questa situazione, una domanda di primaria importanza s’impone alla missione della Chiesa: Da dove cominciare e come affrontare queste sfide? In altre parole, qual’è la sfida fondamentale per la missione della Chiesa nel Terzo Millennio?

Senza minimizzare l’impotanza dei problemi sopra menzionati, vedo nella missione della Chiesa del Terzo Millennio soprattutto la sfida di Dio. Viviamo oggi in un mondo dove Dio sta manifestandosi con i segni inconfondibili come, per esempio, la presenza di tanti nuovi martiri in tutti i continenti; il coraggio, la generosità e la fedeltà a Cristo e al suo Vangelo di tanti cristiani, nonostante le seduzioni del mondo moderno o i pericoli e le umiliazioni sotto i regimi politici o religiosi ostili al Vangelo. Un catechista di un paese del Sud Asia racconta la sua storia:

"Stiamo aiutando le nostre diocesi portando loro i libri religiosi, strumenti ed oggetti necessari per l'evangelizzazione. Il nostro lavoro è molto rischioso... In un mio viaggio, sono scappato due volte il pericolo. Il Signore ha chiuso gli occhi dei poliziotti perché non vedessero i libri. Se li scoprivano, la pena, per me, sarebbe stata tremenda. Nello stesso tempo, siamo felici di poter fare qualche cosa per la Chiesa che soffre... Nonostante molte difficoltà che incontrammo durante i nostri viaggi, abbiamo sperimentato un pò della gioia che i martiri sperimentavano. Che gioia sarebbe di essere accolto dal Signore nel Cielo" . Ma le manifestazioni di Dio si presentano evidenti anche attraverso l’apertura e l’accoglienza del Vangelo da parte di tanti fratelli non cristiani, anche nei luoghi e nei momenti dove sembra che Dio sia assente. Il Cardinale Etchegaray, in una intervista pubblicata su "La Croix", raccontando la sua visita al Viet Nam dopo tanti anni di chiusura e di restrizione religiosa, ha parlato della fede dei vietnamiti cattolici e non cattolici, manifestata durante la sua visita come di una Pentecoste, "non nel senso comune di una discesa, ma di una esplosione dello Spirito Santo... quasi un milione di persone, fedeli e non cristiani, sono venuti ad accogliere il messaggero del Santo Padre" (La Croix, 3-8-89). La fede è vita, gioia, entusiasmo, coraggio, fedeltà. Nonostante tali situazioni, vengono alla chiesa per ascoltare la Parola di Dio con gioia e devozione non soltanto i cattolici, ma anche i non cristiani. Alla domanda del perché, un non cristiano rispose: "Perché qui si dice la verità" (testimonianza di un vescovo vietnamita). Nello stesso contesto di queste difficili situazioni, si verifica il fatto gioioso delle conversioni. Secondo la testimonianza di Mons. Nguyen Minh Nhât, nella sua diocesi, ogni anno circa 3000 non cristiani adulti vengono battezzati. Nelle tre diocesi a sud di Città Ho Chi Minh, ogni anno si battezzano circa 7000 adulti. Solo nella Città Ho Chi Minh, secondo la testimonianza di Mons. Nguyen Van Binh, ogni anno si battezzano da 3000 a 4000 adulti.

Questi fatti testimoniano eloquentemente la presenza di Dio. Si potrebbe dire che possiamo toccare Dio con le nostre mani e vederlo con i nostri occhi. Dio non si lascia condizionare dalle situazioni o di sistemi socio-politici ed è attualmente presente ed opera nell'intimo del cuore di ogni persona. Dio vuole offrirsi al mondo. Egli è presente nel mondo per salvare il mondo e per dargli la sua vita. Questa visione è chiaramente percepita dal Papa Giovanni Paolo II nell’ultima sua enciclica missionaria Redemptoris Missio. Parlando della missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, molti si affrettano ad elencare i tanti problemi da risolvere, l'enciclica Redemptoris Missio, senza ignorare i gravi problemi che la Chiesa deve affrontare nella sua missione, vede nel mondo, soprattutto, la presenza amorosa di Dio e riconferma questa sua visione per ben tre volte: 1) RMi 3: "Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di un'umanità più preparata alla semina evangelica"; 2) RMi 86: "In prossimità del terzo millennio della Redenzione, Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l'inizio"; 3) RMi 92: "Vedo albeggiare una nuova epoca missionaria, che diventerà giorno radioso e ricco di frutti, se tutti i cristiani e, in particolare, i missionari e le giovani Chiese risponderanno con generosità e santità agli appelli e sfide del nostro tempo".

Questo non significa, in nessun modo, ignorare i problemi che si aggravano sul mondo, ma andare alla radice della missione per vedere, alla sua luce, le situazioni ed agire in proposito. Infatti, la vera e la più profonda ragione della missione della Cheisa non sono i problemi del mondo, ma il cuore di Dio che cerca l’umanità nei suoi problemi per salvarla e per offrirle la sua vita, anche quando l’umanità lo rifiuta. È stato Dio che ha preso l’iniziativa per offrire la sua salvezza (cf. Gen 3,14-15). Perciò, la missione della Chiesa è, prima di tutto, la risposta al desiderio di Dio o, parlando nel linguaggio odierno, la missione della Chiesa è, prima di tutto, una risposta alla sfida di Dio.

Quindi, l'impegno missionario esige dal cristiano missionario la capacità di entrare negli orizzonti di Dio. C'è un abisso tra due missionari: uno parte per rispondere alle necessità dei fratelli e l'altro per rispondere al desiderio di Dio. È l'abisso tra l'orizzonte umano e l'orizzonte divino che poi si manifesta nella vita, negli atteggiamenti profondi e nelle proposte apostoliche.

La risposta al desiderio di Dio esige la capacità dell'ascolto di Dio che è frutto di un lungo cammino interiore alla libertà del cuore. Non è facile sentire la voce di Dio, né comprenderla, perché non tutte le voci interiori sono di Dio. Ci sono anche le voci dell'interesse, delle passioni, dei calcoli umani e anche la voce del maligno che cerca di sedurre o ingannare. Questa realtà della vita mette in evidenza l'importanza dello sforzo di distacco per rendersi libero da tutte le realtà create. È proprio per questo che la vita spirituale è paragonata ad un pellegrinaggio nel deserto. Colui che vuole andare nel deserto deve partire con un bagaglio molto leggero. Ma poi, durante il viaggio egli scoprirà che quel poco è ancora tanto. Quindi, deve liberarsi poco a poco da tutto per cercare una sola cosa necessaria nel deserto: l’acqua.

Ma la libertà interiore non sarà possibile se non c’è l’onestà. Bisogna essere onesti con se stessi per riconoscere le vere motivazioni ed i sentimenti intimi che sono all'origine delle scelte e delle attività. Si cerca sempre di ritornare dentro di sè per scrutare e conoscere il cuore e chiamare ogni movente con il suo proprio nome per non ingannarsi.

 
II. Missione del Terzo Millennio: testimonianza dell’amore di Dio in Cristo Gesù

Il Terzo Millennio si presenta nell’orizzonte con una prospettiva di numerosi e complessi problemi. Tuttavia, per la missione della Chiesa, la situazione principale che richiede un impegno rinnovato di tutta la Chiesa è la prospettiva di un mondo che è ancora lontano ed estraneo a Cristo e al suo Vangelo e tende ad esserlo sempre più. Per avere una idea, basterebbe dare uno sguardo alle statistiche delle popolazioni. L’attuale situazione che è già grave diventa ogni giorno più grave, perché il numero delle persone che non conoscono Cristo aumenta ogni giorno, anche in proporzione con l’aumento dei cristiani. Certamente le statistiche non rivelano tutta la complessa realtà, ma possono offrire delle indicazioni preziose sulla realtà.

Le statistiche elaborate dalla famosa enciclopedia delle religioni, diretta da David B. Barrett ci offrono una idea sull’aumento delle popolazioni nell’arco di 10 anni da 1990 a 2000:

 
Popolazione
1990
2000
Differenza
Popol.  mondiale
5.297.042.000
6.158.051.000
861.009.000
Popol. cristiana
1.758.777.900
2.119.342.000 
360.564.100
Popol. non cristiana
3.538.264.100
4.038.709.000
500.444.900




Cattolici
962.632.600
1.030.637.000
68.004.400
Mussulmani
934.842.200
1.240.258.000
305.415.800
Indù
705.345.900 
846.467.000
141.121.100
Buddisti
323.349.500
334.852.000
11.502.500
Senza religione
866.427.700
915.714.000
49.286.300
 
 

Da queste statistiche, risulta che l'aumento dei non cristiani in questo decennio sarà di 500.444.900. Inoltre, i cattolici nel 1990 erano il più numeroso gruppo, ma attualmente i musulmani hanno già sorpassato i cattolici e nell'anno 2000 lo saranno in modo più evidente; il gruppo "senza religione" è molto significativo e la sua crescita non è molto meno di quella dei cattolici.

Se diamo uno sguardo più vicino al continente asiatico, la situazione appare ancora più impressionante. Pur essendo la terra di origine del Cristianesimo e dopo 20 secoli di evangelizzazione con molti grandi missionari come San Tommaso Apostolo, San Francesco Saverio, Matteo Ricci in Cina, Robert de Nobili in India, Alessandro Valignano in Giappone, Alexandre de Rhodes in Viet Nam, l'Asia rimane un continente non cristiano. Infatti, ciò che richiama subito l'attenzione è la proporzione dei cattolici in relazione con la popolazione totale del continente. Secondo le statistiche più recenti, attualmente i cattolici in Asia sono 103.230.000 su 3.502.901.000 di abitanti, vale a dire 2,94% della popolazione.

Ora, se togliamo il gruppo dei 59.747.000 cattolici concentrati nelle isole delle Filippine, la percentuale scende drammaticamente all'1,24%. In alcuni paesi, la percentuale dei cattolici non arriva neanche o supera appena l’1%. Prendiamo alcuni esempi:
 
 


Abitanti
Cattolici
% Cattolici
Bangladesh
120.070.000
238.070
0,19
Bhutan
1.810.000
500
0,02
Cina
1.209.460.000
?
?
Giappone
125.760.000
500.000
0,39
India
939.420.000
16.927.000
1,80
Indonesia
196.810.000
5.536.000
2,81
Mongolia
2.350.000
2000
0,08
Myanmar
45.920.000
553.000
1,20
Nepal
21.130.000
5000
0,02
Pakistan
124.150.000
1.035.000
0,77
Thailandia
60.000.000
253.000
0,42
Viet Nam
75.180.000
5.971.000
7,94
Yemen
15.920.000
3000
0,01
  Quindi, come ha affermato l'enciclica Redemptoris Missio, la missione affidata alla Chiesa è ancora ben lontana dal suo compimento. Al termine del secondo millennio cristiano, la missione è ancora ai suoi inizi, e si presenta con tutta la sua urgenza (cf. RMi 1). Gli impegni della pastorale e della nuova evangelizzazione devono mirare a suscitare nel popolo cristiano un nuovo fervore per far conoscere Gesù e portare il Suo Vangelo a quanti non l’hanno conosciuto. "Nessun credente in Cristo, nessuna istituzione della chiesa può sottrarsi a questo dovere supremo: annunziare Cristo a tutti i popoli" (RMi 3).

L’immensità del numero di coloro che non conoscono Cristo fà sentire più evidente la necessità e l’urgenza della missione, però la vera ragione dell’impegno per far conoscere Cristo al mondo è la stessa fede. La fede non è un previleggio esclusivo da conservare per sé, ma è la grazia ricevuta da condividere. Un cristiano che ha scoperto che Cristo è la fonte della vera vita (cf. Gv 1,2-4; Gv 17,3; Col 1,15-17), e Salvatore dell’umanità promesso dall’eternità (cf. Gen 3,14-15; At 4,11-12) e, quindi, la vita con Cristo e senza Cristo è davvero differente, naturalmente sente la responsabilità di farLo conoscere agli altri. È simile ad un gruppo di pellegrini che attraversano il deserto. Tutti hanno sete e cercano l’acqua. Quelli che hanno trovato la sorgente d’acqua hanno il dovere di annunciare agli altri la notizia. Credere o non credere è il diritto e la libertà degli altri, ma la responsabilità di coloro che hanno trovato la sorgente d’acqua è annunciare la notizia. Non è una questione di sentimento, ma il senso di responsabilità morale e la convinzione della fede. Giustamente l’enciclica missionaria Redemptoris Missio ha affermato che "la missione è un problema di fede, è l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi" (RMi 11).

La convinzione della fede confrontata con la situazione richiede che "nel 2000 dovrà risuonare con forza rinnovata la proclamazione della verità: <Ecce natus est nobis Salvator mundi>" (TMA 38). Tuttavia, è precisamente questo messaggio che è la pietra d’inciampo, particolarmente nel contesto del mondo contemporaneo dove si presentano molti nuovi maestri e salvatori che propongono nuovi messaggi molto seducenti di salvezza. Per di più, la sensibilità alla dignità e al diritto dei popoli, delle loro culture e della loro libertà tende quasi automaticamente a mettere sullo stesso livello tutti i valori morali e spirituali e considera ogni proposta morale e spirituale una imposizione. Paradossalmente la stessa logica non si applica per le proposte di progetti e modelli politici ed economici.

In tale contesto della vita, l’impegno missionario richiede una mente aperta che sappia riconoscere ed apprezzare i veri valori degli altri e, nello stesso tempo, un cuore gioioso per la convinzione del valore del Tesoro che ha ricevuto. In Cristo Gesù, Dio non ha semplicemente mandato un messaggero, un angelo o un profeta, ma è venuto di persona per salvare l’umanità, per offrirle se stesso e per stabilire un nuovo rapporto di alleanza o, come dice la lettera agli Ebrei, "Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell'alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato" (Ebr 1,1-4).

La novità del messaggio cristiano non consiste nel presentare un nuovo sistema di valori o dottrina, ma nel presentare una Persona: Dio fatto uomo. Tutto il resto è condizione o frutto di tale messaggio. È un Dio innamorato dell’umanità con un amore davvero folle (cf. 1 Co 1,23). Per salvare l’umanità è venuto di persona facendosi uomo e si è lasciato inchiodare sulla croce, segno dell’amore infinito. In verità, Dio non ha soltanto cercato di salvare l’umanità, ma condividere con lei la sua propria vita. Per questo, l’Apostolo Paolo non ha soltanto predicato Cristo, ma lo ha predicato con entusiasmo: "E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio" (1 Co 1,22-24) e "Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso" (1 Co 2,2).

1. Necessità di una familiarità con Cristo e con il suo Vangelo

Quanto grande è il messaggio della fede che il cristiano porta in sé ed è mandato a condividere con tutti. Questo esige dal cristiano una familiarità con Gesù e con il suo Vangelo. È una familiarità che lo unisce a Gesù con un legame molto intimo. Infatti, il modo più efficace per far conoscere una persona agli altri è legarsi a lui, lasciare condizionare la propria vita da lui, fare le scelte e reagire nello stesso modo suo. È per questo che Gesù, nel Vangelo di San Giovanni, parla della sua passione e morte come la glorificazione del Padre: Egli si condiziona totalmente alla volontà del Padre, è fedele al disegno del Padre sulla sua missione, anche a prezzo della vita. Per questo, la sua passione e la sua morte rivelano il Padre al mondo (cf. Gv 12,27-28; Gv 13,31).

Naturalmente non si tratta di una familiarità romantica di sentimentalismo, ma è una vita che nasce dalla convinzione di fede che spinge il cristiano a lasciarsi trasformare dal Vangelo nella mentalità, nello stile di vita, nei criteri di giudizio e nella scala di valore, tanto da poter ripetere con cuore le gioiose dichiarazioni dell’Apostolo Paolo: "Io so in chi ho messo la mia speranza" (2 Tim 1,12) e "Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo" (Fil 3,7-8). Ma questa familiarità non si può raggiungere senza una vita di profonda preghiera come testimonia la vita di tanti missionari, tra i quali possiamo riportarne uno:

"Voglio raccontare al lettore una mia esperienza e la dico quasi con vergogna: ma non è una cosa mia particolare, ma anche di tanti missionari che io conosco e anch'io l'ho imparata dai missionari più anziani quando andai in Bengala nel 1929. Bene, da quei primi anni di missione io ho preso l'abitudine di alzarmi presto tutte le mattine, per passare le prime due-tre ore della giornata da solo con Cristo. Dato che di giorno non c'è mai tempo, se uno passa due-tre ore continuate tutte le mattine con Dio, si sente trasformato e con una forza che non è la sua. Là in Bengala noi andiamo a dormire con le galline e possiamo alzarci comodamente alle tre o quattro del mattino... Se voi volete seguire Gesù Cristo, rinunziate a qualche conversazione inutile e ritiratevi a pregare, soli con Dio. Non abbiate paura di dargli troppo tempo!

Oggi si parla tanto di nuovi metodi pastorali, si fanno congressi. Tutte belle cose: io però non credo ai metodi, ma allo spirito che anima qualunque metodo. Io in Bengala le ho provate tutte: ho fatto lavorare i catechisti, sono andato in giro per mesi nei villaggi, ho suonato chitarra e mandolino, ho provato le cooperative e le banche agricole, ho fatto la catechesi individuale e di gruppo, ho provato i teatri a sfondo religioso: insomma, tutte le novità le ho tentate. Eppure, se debbo essere sincero, mi sono sentito veramente missionario, ho avuto le conversioni e la fiducia della gente, quando pregavo di più. E` giusto preoccuparsi dei metodi, delle forme pastorali, della teologia, ma non bisogna mai dimenticare che il lavoro non lo facciamo noi, ma lo Spirito: chi redime, chi salva, chi libera l'uomo è solo Gesù Cristo. Gli uomini, anche i più poveri, non hanno tanto bisogno di noi, dei nostri aiuti, delle nostre opere, ma hanno bisogno di Gesù Cristo... Queste cose bisogna meditarle, starci su delle ore a pregare e maturarle fino al punto di incontrare Gesù Cristo nel nostro intimo, la gioia di trovare Cristo e di viverci assieme con passione".

In questo modo, il missionario diventa un vero innamorato di Dio che, da parte sua, si è già innamorato prima di lui. Perciò, mentre gli altri si scoraggiano davanti ai problemi o corrono il rischio di deviare l'impegno, egli sente sempre "la fame e sete di far conoscere il Signore, quando si allarga lo sguardo agli immensi orizzonti del mondo non cristiano" (RMi 40); egli nutre in sè sempre "l'ansia apostolica di trasmettere ad altri la luce e la gioia della fede" (RM 86).

2. Chiarire i dubbi

Ma per nutrire la sete di condividere con tutti la gioia della conoscenza di Gesù Cristo nel rispetto degli altri, dei loro valori e della loro fede, bisogna ancora chiarire i dubbi, dei quali desidero menzionarne tre.

a) Vedendo le difficoltà e l’apparente insuccesso della proclamazione di Cristo e, nello stesso tempo, le drammatiche situazioni di guerre e conflitti, si domanda se non conviene impegnarsi piuttosto nel lavoro per la giustizia e per la pace, tralasciando l’annuncio di Cristo e del suo Vangelo?

Da una parte, è vero che molta gente si preoccupa delle cose materiali tanto da disinteressarsi del Vangelo, o addirittura rifiuta il Vangelo a causa di interessi o di una ideologia. Ma è anche vero che tanta gente cerca Gesù e il suo Vangelo. Molte testimonianze dai paesi, come dalla Cina, confermano che non soltanto i cristiani, ma anche i non cristiani ascoltano, con devozione, i programmi radiofonici che trasmettono il Vangelo. Inoltre, anche la gente che rifiuta Dio, "paradossalmente lo cerca attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscono e che sia a loro familiare, come se vedessero l'Invisibile" (EN 76).

Dall’altra parte, senza dubbio il cristiano deve lavorare per la pace e per la giustizia. Tuttavia, una serie di interrogativi si pongono alla sua coscienza: Impegnarsi per la pace e per la giustizia, ma quale pace e quale giustizia? Come realizzare la pace e la giustizia? È possibile raggiungere la pace e la giustizia? Questi interrogativi mettono in evidenza il ruolo indispensabile di Cristo nella ricerca della pace e della giustizia, perché "Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù" (Ef. 2,14-20).

In questo senso, non si può non apprezzare l'affermazione della Conferenza asiatica sull'Evangelizzazione celebrata a Suwon, Korea, 24-31 Agosto 1988, che è poi esplicitamente richiamata e riaffermata dalla V Assemblea Plenaria della FABC nel suo Documento Conclusivo:

"Mentre siamo consapevoli e sensibili al fatto che l'evangelizzazione è una realtà complessa e ha molti aspetti essenziali, come testimoniare il Vangelo, lavorare per i valori del Regno, impegnarsi insieme con coloro che cercano la giustizia e la pace, il dialogo, la condivisione, l'inculturazione, arricchimento reciproco con altri cristiani e con i fedeli di tutte le religioni, affermiamo che non esiste una vera evangelizzazione senza la proclamazione di Gesù Cristo... Affermiamo anche che il compito primario della Chiesa è la proclamazione del Vangelo di Gesù Cristo, chiamando alla fede personale in Lui, invitando a far parte della Chiesa tutti coloro che Dio ha scelto e celebrare la salvezza in Cristo nella nostra appartenenza alla sua Chiesa. Ogni altro compito deriva ed è relazionato a questa proclamazione e alla sua accettazione di fede. Il Vangelo riempie tutte le speranze, un Vangelo di cui l'Asia e tutto il mondo ha terribilmente bisogno". b) La seconda difficoltà nasce dalla visione sulla possibilità di salvezza per i non cristiani e ci si domanda: Perché disturbare la loro coscienza, annunciando Cristo e il suo Vangelo, se possono salvarsi nella loro religione? L’interrogativo ha gettato l’acqua sul fuoco, spegnendo o, almeno, rallentando l’entusiasmo di far conoscere Cristo e il suo Vangelo.

La possibilità di salvezza per i non cristiani è l’insegnamento del Concilio Vaticano II, particolarmente nei documenti Lumen Gentium (n. 16), Gaudium et Spes (n. 22) e Ad Gentes (n. 7), basato sulla Sacra Scrittura e nei Padri della Chiesa. Bisogna, però, notare che il Vaticano II, nei documenti sopra citati, non ha parlato di una possibilità di salvezza senza condizione. Si tratta della possibilità di salvezza per quei non cristiani che, senza colpa loro, non conoscono il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa e che sinceramente cercano Dio e si sforzano di fare la sua volontà conosciuta nella loro coscienza. Inoltre, anche in questo caso, la salvezza è sempre per mezzo di Gesù Cristo, frutto della sua Passione, Morte e Risurrezione. È precisamente nel contesto della ricerca sincera dei non cristiani di buona volontà e della salvezza attraverso Gesù Cristo, in ogni caso, che si rivela indispensabile il compito di annunciare Cristo e il suo Vangelo.

Ad ogni modo, per una risposta a tali interrogativi, la questione deve essere vista, non partendo dall'uomo ma dal cuore di Dio che ama, perché la salvezza dell’umanità è l'iniziativa d’amore di Dio. Ora, l'amore non si soddisfa nel vedere che non muoiono, ma che vivano in pienezza e l'amore non accetta di rimanere anonimo, ma desidera di essere conosciuto e amato con il suo nome in un rapporto personale. "Questo è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio e Colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17,3).

c) La terza difficoltà nasce dall’esperienza missionaria della bontà di tanta gente semplice e si conclude dicendo: "Sono più buoni di tanti noi cristiani"; "Non andiamo per insegnare qualche cosa a loro, piuttosto per imparare da loro". Le affermazioni fanno sorgere nel cuore dei dubbi che soffocano la gioia della fede come le nuvole che nascondono il sole che illumina e fa risplendere ogni cosa.

Per ritrovare la gioia e l’entusiasmo missionario, bisogna chiarire l’ambiguità delle affermazioni. Innazitutto, non è certo che tutti i non cristiani sono buoni e molto meno certo che tutti i non cristiani sono più buoni di tutti i cristiani. Ma se anche i non cristiani fossero più buoni dei cristiani, questo è un problema dei cristiani, non di Cristo e del suo Vangelo. Quindi, non è il caso di dubitare del valore di Gesù e del suo Vangelo, ma piuttosto è il caso di richiamare i cristiani a convertirsi al Vangelo. Tuttavia, non bisogna chiudere gli occhi per non vedere tante testimonianze di fedeltà e di generosità fino al martirio di tanti cristiani. Quindi, il problema è piuttosto la situazione di quei cristiani che hanno già perduto la fede e che il seme della secolarizzazione ha svuotato loro il cuore. Ad ogni modo, l’impegno missionario non ha come compito predicare i cristiani, ma predicare Cristo e il suo Vangelo per chiamare tutti, cristiani e non cristiani alla conversione: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1,15).
 

III. Missione del Terzo Millennio: testimonianza dell’amore di Cristo Gesù per i più deboli

Rispondendo al desiderio di Dio, il cristiano non è distratto dai problemi degli uomini. Al contrario, egli è più sensibile ai problemi degli uomini, ma ora egli vede i problemi degli uomini con l'occhio di Cristo e s'impegna per gli uomini con il cuore di Cristo.

Una delle situazioni missionarie che si presenta con particolare evidenza è certamente la situazione della povertà che tende ad aggravarsi sempre di più ed a presentarsi sotto volti nuovi, come, per esempio, bambini di strada, drogati, malati di AIDS, profughi, immigrati, anziani abbandonati... Per limitarsi solo alla forma classica della poverà che è la fame, secondo una statistica recente, attualmente nel mondo ci sono circa 800 milioni di persone cronicamente affamate. Quasi la totale popolazione cattolica!. Il cristiano non può certo chiudere gli occhi davanti alla sofferenza di tanti fratelli, perché la carità di Cristo lo spinge (cf. 2 Co 5,14).

I problemi in relazione con la povertà nel mondo sono complessi e richiedono riflessioni approfondite di carattere teologico, pastorale, spirituale, economico, politico... In quanto all’impegno missionario, il nocciolo di tutto è lo spirito del cristiano missionario. Gesù era vicino ai poveri e ai peccatori. La sua presenza li cambiava e li rinnovava. Da qui sorge un interrogativo sul servizio missionario ai poveri: il servizio e la presenza del cristiano missionario tra i poveri li aiutano a cambiare veramente la loro vita e a rinnovarsi? Si tratta dello spirito dell'apostolo che possiamo riassumere nei seguenti aspetti:

1. Origine del servizio ai poveri

Come missione, il servizio ai poveri deve nascere dall'opzione per Gesù. Infatti, la vera opzione che un cristiano deve fare è l'opzione per Gesù. I servizi apostolici sono le diverse realizzazioni concrete di questa opzione. Nella luce del servizio ai poveri come una realizzazione concreta dell'opzione per Gesù, la preoccupazione principale della vita missionaria non è la questione di servire i poveri, ma di servirli secondo lo spirito e lo stile di Gesù. Si tratta di un servizio che nasce da un cuore che ha sperimentato di essere amato e liberato da Cristo e quindi, ama veramente e ama tutti senza escludere nessuno.

Inoltre, partendo dall'opzione per Gesù, l'apostolo è disposto a servire dove e a chi lo manda Gesù, rimanendo sempre aperto per essere mandato altrove, non solo nel senso geografico, ma anche nel senso di tipo e di categorie di persone da servire, perché il suo cuore, assimilando il cuore di Gesù Buon Pastore, abbraccia tutti universalmente, pur essendo sempre molto sensibile a tutti coloro che soffrono e quindi dà a loro una attenzione prioritaria. Gesù ama tutti e vuole salvare tutti. Egli deve raggiungere tutti per portare loro la sua salvezza. In tale luce, nel servizio ai poveri con il cuore di Gesù, il missionario saprà apprezzare e promuovere l'apostolato in altri campi, tra le altre categorie di persone. Gesù è venuto non solo per un individuo o un gruppo, ma per tutta l'umanità. Egli cerca tutti per salvare tutti, perché tutti sono preziosi ai suoi occhi. Egli continua a cercare anche quelli che lo rifiutano per offrire loro la sua salvezza. Per questo, Egli chiama e manda i suoi discepoli in tutto il mondo, ognuno in un campo preciso. In tale luce, l'opzione per i poveri si colloca nel contesto della missione universale della Chiesa: tutta la Chiesa per tutto il mondo. Tale visione è affermata chiaramente dal Santo Padre nel suo discorso ai partecipanti della 34ª Congregazione Generale dei Gesuiti:

"Certo, la Compagnia deve sentirsi fortemente impegnata nel ‘sociale’ e nel servizio agli ultimi. Come potrebbe non farlo? Come potrebbe perseguire in tutto la ‘maggior gloria di Dio’ dimenticando, come dice sant'Ireneo, che ‘l'uomo vivente è la gloria di Dio’? Ma tale dimensione mai dovrà essere estrapolata da un servizio globale alla missione evangelizzatrice della Chiesa, che si fa carico della salvezza di tutti gli uomini e di tutto l'uomo, a partire dal suo destino soprannaturale". In ultima analisi, ciò che veramente importa non è servire i poveri, ma servire nel luogo e le persone alle quali la Provvidenza manda e servirli con lo spirito di Gesù. Il servizio ai poveri, da solo, non ci fa santi automaticamente, ma il servizio ai poveri, come a qualunque altra categoria di persone, secondo il disegno della Provvidenza, perché tutti hanno bisogno della salvezza. In questo spirito, il servizio ai poveri deve essere una avventura della fede, un viaggio spirituale alla conversione radicale al Vangelo per conoscere Dio, se stesso e i fratelli nell'ottica di Dio. Così, il servizio ai poveri, come ogni servizio missionario, è un fatto interiore; è frutto dell'innamoramento per Gesù. Un vero servizio missionario ai poveri deve partire dalla vita mistica con tutte le sue esigenze e conseguenze. È in questo stato d'animo che il cristiano missionario può fare l'opzione preferenziale per i poveri senza escludere i non poveri dal suo cuore.

2. Nell'orizzonte dell'amore

Il servizio ai poveri deve essere una espressione d'amore perché possa edificarli davvero. Un servizio che non nasce dall'amore potrebbe essere opprimente ed umiliante per chi lo riceve. Non si tratta di qualsiasi amore, ma di quell'amore che nasce dall'amore di Gesù e, per questo, deve incarnare nella vita le espressioni del cuore di Gesù, Buon Pastore.

La prima espressione caratteristica dell’amore di Gesù è la sua universalità. Nel cuore di Gesù, tutti, i buoni e i peccatori, trovano un posto. Il motivo è che Egli è amore. La natura dell'amore autentico è amare. Un amore che non ama contraddice e nega se stesso. Per questo, l'amore per i poveri esige la capacità di amare tutti senza escludere nessuno, neanche i "ricchi". Se uno non ama i "ricchi" con il cuore di Gesù, non amerà neanche autenticamente i poveri. Quando uno ama con il cuore del Buon Pastore, quindi ama tutti e sente che tutti gli appartengono, egli vede il problema ed agisce in modo molto differente da chi ama soltanto qualche persona o qualche categoria di persone. Una madre di famiglia, prende cura del figlio più debole e si dedica maggiormente a lui, senza escludere gli altri figli, perché tutti sono suoi figli.

La seconda espressione dell’amore di Gesù è il carattere salvifico che si esprime nella capacità di donarsi gratuitamente, di perdonare per salvare, per elevare ed edificare (cf. Lc 15,4-7; Is 42,3-4). Nel cuore di ogni persona, nonostante le debolezze e le miserie, si nasconde una grande capacità di bene e di amore, soffocata da tante forze del male, aspetta una espressione d’amore di un cuore del Buon Pastore per essere liberata ed elevata. Ma l’espressione più sublime dell’amore salvifico è la capacità di soffrire a favore dei peccatori come si rivela nel cantico del servo di Yahvé: "Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà  salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. ... Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte... ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori" (Is 53,4-12).

3. La povertà evangelica

Un'altra esigenza spirituale affinché il servizio possa edificare i poveri è la Beatitudine dei poveri. Si tratta di persone che sanno vivere la povertà come Vangelo che rende l'uomo libero, felice e compassionevole, non come ideologia che suscita l'invidia e l'odio. Quando uno raggiunge la beatitudine dei poveri, sentirà compassione, non odio o invidia, per le persone che si aggrappano alla ricchezza, a volte, anche ai danni degli altri. Egli sente compassione per loro, perché stanno sbagliando il cammino e non hanno visto e incontrato ciò che egli ha visto: la felicità della libertà di uno che ha incontrato Gesù e ha scoperto che Egli è il vero tesoro.

4. La comunione ecclesiale

La comunione ecclesiale è un'altra esigenza del servizio ai poveri e, nel contesto ecclesiale attuale, essa è una necessità urgente perché molti apostoli impegnati per i poveri non sempre la vivono. Molte volte, in nome dell'amore per i poveri, si crea un clima di rifiuto e di divisione nella Chiesa.

Ogni apostolato, pur richiedendo un impegno personale, non è una iniziativa privata di una persona, ma è sempre la partecipazione alla missione che Gesù ha affidato alla Chiesa. Per questo, il servizio ai poveri, in quanto missione, è una azione ecclesiale e, quindi, esige dal missionario la capacità di vivere la comunione ecclesiale.

Tutta la Chiesa è unita nella stessa fede e nella stessa missione, ma è diversificata nei carismi e nelle responsabilità (cf Lumen gentium, n. 12). In questo contesto, vivere la comunione ecclesiale significa assumere, con coscienza, la responsabilità e le funzioni secondo la propria vocazione e, nello stesso tempo, rispettare ed apprezzare gli altri membri della Chiesa nelle loro funzioni e responsabilità per collaborare sinceramente e lealmente con loro, accettando i loro servizi secondo le loro vocazioni e responsabilità nella Chiesa. Questo spirito di comunione ecclesiale richiede naturalmente una visione di fede sulla Chiesa, ma anche la capacità di avere fiducia negli altri.

Inoltre, lo spirito della comunione ecclesiale richiede la capacità di soffrire per e a causa dei membri della Chiesa. Essendo persone umane, ognuno è imperfetto e le imperfezioni sono sempre una causa di sofferenza per gli altri. In questo senso, la comunione ecclesiale si manifesta nella capacità di amare e soffrire come Cristo che "ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ef 5,25-27). Perciò, non si può, nel nome dell'amore per i poveri, rifiutare la Chiesa.

Tale intima unità tra l'amore per il mondo e la comunione nella Chiesa è affermata con forza dal Papa Giovanni Paolo II nel suo discorso ai partecipanti alla 34ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, dicendo:

"È evidente che non può ambire e sanare le ferite e le divisioni del mondo chi non si pone con tutto se stesso al servizio della comunione nella Chiesa. Occorre perciò vigilare attentamente affinché non accada che i fedeli vengano disorientati da insegnamenti dubbiosi, da pubblicazioni o discorsi in aperto contrasto con la fede e la morale ecclesiali, da atteggiamenti che offendono la comunione dello Spirito".

 

CONCLUSIONE: da "Quale missione?" a "Quale missionario?"

Il Terzo Millennio si presenta con una prospettiva assai ambigua e complessa con, all’orizzonte, numerosi problemi. Davanti a tale realtà, la missione della Chiesa richiede nuove riflessioni per trovare vie e metodi adatti per una evangelizzazione efficace. Tuttavia, ciò di cui il mondo e la Chiesa hanno bisogno più di tutto per la missione nel Terzo Millennio è una nuova generazione di apostoli, nuovi nello spirito, nel fervore ed audaci nell’impegno che nessuna difficoltà possa fermare i loro passi e che sappiano trasformare le difficoltà in nuove opportunità di evangelizzazione. Sono gli uomini e le donne guidati dallo Spirito, capaci di aprire nuove frontiere per raggiungere ogni cuore in ogni circostanza della vita e affrontare le forze del mondo con la forza di Dio.