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Nell'udienza al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede
il Papa chiede di rilanciare i negoziati di pace rinunciando all'odio e alle provocazioni

Le armi non sono una soluzione
Ogni violenza va sempre condannata


L'opzione militare "non è una soluzione". E la violenza è sempre da condannare fermamente, "da qualunque parte essa provenga e qualsiasi forma assuma". Nell'immediato, occorre ripristinare la tregua a Gaza e rilanciare i negoziati tra israeliani e palestinesi. In prospettiva, è necessaria una nuova classe dirigente in grado di portare avanti il processo di pace attraverso "un approccio globale" alla  complessità  dei  problemi  mediorientali.

Al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - ricevuto giovedì mattina, 8 gennaio, in occasione della tradizionale udienza di inizio anno - Benedetto XVI torna a manifestare la sua preoccupazione per la Terra Santa. Dove è in atto "una recrudescenza di violenza che provoca danni e immense sofferenze alle popolazioni civili". Ai rappresentanti di popoli e governi del mondo il Papa detta ancora una volta i punti fermi nella ricerca di "una via d'uscita" coraggiosa e realistica al conflitto che insanguina il vicino Oriente. Una vera e propria agenda di pace che, al primo posto, richiama l'esigenza di far tacere le armi, restituendo così "condizioni di vita accettabili alla popolazione". E, subito dopo, indica il rilancio di un tavolo negoziale basato sulla rinuncia "all'odio, alle provocazioni e all'uso delle armi". Le redini di questo "difficile ma indispensabile" processo di riconciliazione - incalza il Pontefice - vanno affidate a politici "capaci", dotati di una visione globale rispettosa "delle aspirazioni e degli interessi legittimi di tutte le popolazioni". In questa prospettiva, Benedetto XVI sostiene il dialogo tra Israele e Siria mentre incoraggia il progressivo consolidamento delle istituzioni libanesi. Agli iracheni rivolge l'invito a ricostruire il proprio futuro "senza discriminazioni di razza, di etnia o di religione". E sulla questione del nucleare iraniano reclama "una soluzione negoziale" che soddisfi "le legittime esigenze del Paese e della comunità internazionale".

Ma non c'è solo l'attuale situazione mediorientale nelle preoccupazioni del Papa. Lo sguardo di Benedetto XVI spazia attraverso i punti caldi del mondo, soprattutto nelle zone teatro di catastrofi naturali, conflitti nazionali o regionali e attentati terroristici. Il Pontefice invoca, in particolare, la fine di intolleranze e vessazioni nei confronti dei cristiani, soprattutto in Iraq e in India, ma chiede anche che in occidente "non si coltivino pregiudizi e ostililità" contro di loro. Per l'Africa reclama la fine di violenze e ingiustizie sociali, auspicando interventi a favore dei rifugiati. Per l'America Latina domanda a pastori e laici un impegno ulteriore al servizio del bene comune. Benedetto XVI rivolge poi un pensiero particolare alla Turchia e richiama le aspirazioni di pace di Cipro. Cita il Caucaso e la Georgia - ma anche la Serbia e il Kosovo - per ribadire il bisogno di stabilità e di riconciliazione da raggiungere attraverso la strada della diplomazia e non delle armi.

Nelle parole del Papa un quadro lucido e realistico, dove le ombre sembrano prevalere sulle luci. Ma niente spazio a pessimismo o disimpegno. Anzi, un nuovo invito a "raddoppiare gli sforzi per promuovere la sicurezza e lo sviluppo". Perché - ribadisce - la vera strada per costruire la pace è quella di "ridare speranza ai poveri". Di qui la necessità di una "strategia efficace" per combattere fame e crisi alimentare. Restituendo, allo stesso tempo, una base etica all'agire economico. Perché - ricorda - la vera posta in gioco è "il destino stesso del nostro pianeta e dei suoi abitanti".



(©L'Osservatore Romano - 9 gennaio 2009)