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Presuli europei e nordamericani a Gerusalemme e a Betlemme

In Terra Santa
a sostegno della comunità cristiana


Gerusalemme, 10. Il coordinamento Terra Santa 2009, la delegazione di vescovi cattolici dell'Europa e del Nord America, è giunto venerdì a Gerusalemme e a Betlemme per dare un sostegno ai cristiani che vivono in quell'area. Il gruppo, creato a Gerusalemme nell'ottobre 1998 su impulso della Santa Sede, effettua ogni anno un viaggio in Medio Oriente.


"Si tratta di un appuntamento che si rinnova ogni anno. Siamo un gruppo di vescovi messo insieme dal Vaticano - spiega monsignor William Kenney, vescovo ausiliare di Birmingham e portavoce per le questioni europee d'Inghilterra e del Galles - per offrire sostegno ai vescovi della Terra Santa. Il primo intento è di dare sostegno, il secondo è mostrare solidarietà ai cristiani che, come sappiamo bene, si trovano in una situazione molto delicata. Vogliamo mostrare a queste persone che non li dimentichiamo e che sono presenti nei nostri cuori. È molto difficile incoraggiarli a restare - aggiunge monsignor Kenney - quando avrebbero l'opportunità di andarsene, ma in definitiva è proprio ciò che vorremmo:  che permanga una presenza cristiana in Terra Santa o per meglio dire in Israele e in Cisgiordania".


Il vescovo di Birmingham si è inoltre soffermato sull'attuale situazione in Terra Santa. "Giovanni Paolo II - ricorda - era solito dire:  quando vai alla guerra hai già perso, l'umanità ha fallito quando si arriva a combattere. Ho sempre ritenuto che ciò sia molto vero. Se è importante che noi andiamo in Terra Santa proprio ora è anche perché c'è bisogno di rimarcare che ci sono altri valori che la Chiesa porta avanti, in particolare che è la popolazione che conta e non il prestigio o il potere. Molto di quanto sta accadendo non avverrebbe se ognuno pensasse alla gente che ci va di mezzo. Hamas - prosegue il vescovo Kenney - non sparerebbe razzi in modo indiscriminato con l'intento di uccidere non importa chi. E Israele non potrebbe arrivare a uccidere centinaia di persone in nome dell'autodifesa. Il numero delle vittime israeliane è molto esiguo, ma questo non significa affatto che io approvi l'uccisione di un solo israeliano. A essere uccisi sono uomini e donne e ogni volta che uccidi qualcuno offendi e ferisci profondamente un altro gruppo di persone perché tutti sono figli e figlie di qualcun altro, o mariti e mogli, o genitori. La violenza genera altra violenza. Occorre spezzare questo circolo vizioso".


Intanto, individui, gruppi di Chiese e consigli di Chiese dal Kenya alla Svezia, dagli Stati Uniti all'Australia - si legge in un comunicato del Consiglio ecumenico delle Chiese (Wcc) - stanno svolgendo centinaia di azioni di sostegno che coinvolgono i cristiani preoccupati per la crisi di Gaza, specialmente della punizione collettiva della popolazione di Gaza e del bisogno di una pace giusta e duratura tra israeliani e palestinesi. Il Wcc ha ricevuto relazioni di azioni di sostegno provenienti da una ventina di Paesi e queste azioni comprendono dichiarazioni, manifestazioni pubbliche e campagne con lettere inviate ai funzionari governativi e ai membri del governo. Solitamente queste campagne - prosegue il comunicato del Wcc - sono accompagnate da veglie, da preghiere e dalla raccolta di fondi per sostenere gli aiuti umanitari. Tra gli obiettivi di queste campagne vi sono:  l'immediato cessate-il-fuoco che ponga fine alla violenza contro i civili da entrambe le parti del confine, il libero accesso agli aiuti umanitari, la sospensione del blocco su Gaza e i negoziati promossi a livello internazionale come base per la pace. Due settimane dopo l'attacco di Israele su Gaza - conclude il comunicato - sono morti, secondo dati recenti, settecentosettanta palestinesi, migliaia di persone sono rimaste ferite e molti altri sono senza una casa. Quattro israeliani sono stati uccisi dal lancio di razzi e sette membri della Forza di difesa israeliana (Idf) sono morti nei combattimenti e quattro di loro hanno perso la vita uccisi da fuoco amico. Il Comitato internazionale della Croce Rossa - sostiene l'Idf - non riesce più ad adempiere ai suoi obblighi di aiutare i civili feriti a Gaza.


Nel frattempo, la situazione nella Striscia di Gaza peggiora di ora in ora e, al momento, non si intravedono spiragli per un'immediata tregua. Della crisi in atto sono giunte alcune testimonianze, tra le quali quelle di alcune suore della Congregazione del Rosario a Gaza. "La situazione peggiora ogni giorno. La nostra casa - raccontano le suore - è stata danneggiata dalle bombe e anche la nostra scuola che abbiamo dovuto chiudere. I nostri alunni, oltre cinquecentotrenta, sono rimasti a casa. Molti di loro, specialmente i più piccoli, gridano e piangono, non riescono a capire quello che sta succedendo intorno a loro. La paura si legge nei loro occhi. La popolazione - proseguono nel loro racconto le religiose - vive rintanata in casa, impaurita; gli abitanti escono solo durante le poche ore di tregua dei bombardamenti per comprare quello che possono. La situazione economica non consente di acquistare molto, i prezzi sono alti, il cibo scarseggia e possono contare solo sugli aiuti umanitari che arrivano con difficoltà. Anche la piccola comunità cristiana vive nelle medesime condizioni. Alcuni cercano di uscire anche per fare visita a famiglie in difficoltà e verificare le loro condizioni. Ma la paura è veramente grande. Nonostante tutto - concludono le suore - non perdiamo la speranza di rientrare presto a Gaza per poter riaprire la scuola e consentire così ai nostri alunni di completare l'anno scolastico. La speranza non deve abbandonarci".



(©L'Osservatore Romano - 11 gennaio 2009)