ROMA, martedì, 27 gennaio 2009 (ZENIT.org).- La revoca della scomunica ai quattro Vescovi della Fraternità Sacerdotale S. Pio X (FSSPX) sta suscitando un intenso dibattito.
Diversi e moltissimi i temi
sollevati. Per cercare di chiarire i termini della questione, ZENIT ha
intervistato don Alfredo Morselli, parroco nella Diocesi di Bologna e
uno dei sacerdoti incaricati dal Cardinale Carlo Caffarra di celebrare
la Messa Tridentina
Qual è il significato della revoca della scomunica?
Don
Alfredo: Mi pare che il significato sia duplice: in primo luogo si
tratta di un atto di paternità nei confronti degli stessi Vescovi e di
tutti i fedeli legati alla fraternità San Pio X. Sono molto
significative le parole di mons. Fellay in una recentissima intervista:
“L’ho capito dalla prima udienza in cui lo incontrai poco dopo la sua
elezione. Pur muovendoci dei rimproveri, il Santo Padre aveva un tono
dolce, veramente paterno... E’ un atto gratuito e unilaterale che
mostra che Roma ci vuole realmente bene. Un bene vero”.
Ma
questo gesto è soprattutto un messaggio a tutta la Chiesa e a tutto il
mondo, la più energica riproposizione della chiave ermeneutica di
questo pontificato: l’ “ermeneutica della riforma e della continuità”.
Può spiegare meglio quest’ultimo punto?
Don
Alfredo: Ci sono persone che dopo il Concilio Vaticano II hanno parlato
dell' “ermeneutica della discontinuità”, mentre il Pontificato di
Benedetto XVI sostiene che “la Chiesa e la sua fede non possono
cambiare e non sono cambiate”.
Il Pontefice si sta impegnando, con tutta la forza del suo Magistero, a “spiegare come la fede della Chiesa, pur insidiata dalla tentazione della discontinuità e della rottura, non è mai andata soggetta a trasmutazione”.
E sembra che mons. Fellay stia accettando questa prospettiva. Se ho ben capito le sue parole, egli afferma che nel Papa “traspaiono, insieme, la consapevolezza dei tempi in cui viviamo, la fermezza nel porvi rimedio e l’attenzione a tutti i suoi figli”.
Rilevante la dichiarazione
di mons. Fellay rilasciata ad un giornale francese: “Io credo
nell’infallibilità della Chiesa e penso che arriveremo ad una soluzione
vera”. (http://www.letemps.ch/Facet/print/Uuid/68fdc1aa-eb30-11dd-b87c-1c3fffea55dc/Je_crois_à_linfaillibilité_de_lEglise)
Molti hanno parlato della fine di uno scisma, di un atto
che non ha precedenti nella storia. Qual è il suo commento in merito?
Don
Alfredo: Diciamo che se alla buona volontà del Papa corrisponderà
altrettanta buona volontà da parte della FSSPX, avremo evitato uno
scisma.
E’ vero che i Vescovi i sacerdoti e i fedeli della
Fraternità sacerdotale di San Pio X hanno sempre riconosciuto e pregato
per il Papa?
Don Alfredo: Questo è verissimo. Mons. Lefebvre
definì anni addietro “Colpo da maestro di satana” l’allontanamento dei
fedeli dalla Tradizione credendo di obbedire. Ma sarebbe stato ancora
più grave riuscire a staccare da Pietro i Tradizionalisti, che hanno
nel loro DNA il massimo amore alla Sede Apostolica: e così si capisce
un certo malcontento progressista per la felice soluzione del caso.
Perché la Fraternità sacerdotale di San Pio X ha così
tante vocazioni al sacerdozio?
Don Alfredo: La Messa Tridentina – contra factum non fit argumetum –
è una fucina di vocazioni: nel rito romano antico viene proposto un
modello di sacerdozio dove la singolarità del prete scompare e dove
emerge invece tutto il valore delle parole della ordinazione: “Imitate
ciò che trattate”.
Una vera “vita spericolata” affascina, per
imitare prima Cristo in stato di vittima, e, alla fine, seguirlo nella
Sua gloria; al contrario, tanti abusi liturgici finiscono col far
pensare che animare una celebrazione come un presentatore è un po’ poco
per lasciare tutto.
Pensa che le dichiarazioni del vescovo Williamson possano
compromettere il processo di riammissione nella Chiesa cattolica?
Don
Alfredo: Bisogna diffidare da interviste rispolverate ad arte mesi dopo
le dichiarazioni stesse. Questo “polverone” non fermerà la volontà del
Papa, che ripresenta – qui e ora – la volontà di Gesù Cristo: che tutti
siamo “uno” come Lui e il Padre sono “uno”.
La ricucitura di
questo scisma e l’attenzione per la liturgia, potrebbero essere segnali
importanti anche per rinnovati e migliori rapporti con le Chiese
ortodosse?
Don Alfredo: Ma certo! In questi casi, dove il
Papa scende in campo in prima persona come buon pastore, si vede
proprio che il successore di Pietro è il “Servo dei Servi di Dio”, come
si leggeva nelle intestazioni dei vecchi documenti pontifici: e si vede
pure che la comunione con Pietro non minaccia nessuna realtà ecclesiale
particolare, ma la rafforza.
Da un punto di vista pratico, la
soluzione che si troverà per regolarizzare la posizione giuridica della
FSSPX, darà garanzie agli ortodossi di ampie autonomie future. Già non
erano mancati segnali di apprezzamento, da parte degli Ortodossi, del Motu
Proprio “Summorum Pontificum”.
Lei ha conosciuto nella sua vita diversi sacerdoti della
FSSPX? Che cosa ci può dire di questa esperienza?
Don
Alfredo: Certamente non ho condiviso la scelta delle ordinazioni dei
Vescovi e di quanto - al di là delle intenzioni personali –
potesse
anche solo sembrare disobbedienza al Magistero. Ma il loro amore per la
Santa Messa e la loro spiritualità sacerdotale, incentrata sulla Santa
celebrazione del Santo Sacrificio, rimangono esemplari.
Alcuni dicono che senza di loro non sarebbe arrivato il Motu Proprio. Correggerei l’affermazione con: “Il Signore, per meritarci la grazia del Motu Proprio, ha versato nel calice del Suo Preziosissimo Sangue la 'goccia d’acqua' della sofferenza dei Tradizionalisti; di quelli legati alla Fraternità San Pio X e di quelli che, spesso emarginati nel lungo 'inverno liturgico' - in cui si è tollerato di tutto fuorché la Messa di San Pio V -, non di meno sono rimasti nella più perfetta obbedienza”.