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I  FLUSSI  MIGRATORI  IN ASIA

 (Dossier Agenzia Fides 2009)

Introduzione

Il quadro delle cifre

L’emigrazione in Asia

Importare ed esportare mano d’opera

I paesi più coinvolti

I flussi migratori nel Sudest asiatico

Migrazione e salute

La questione migratoria nelle Filippine

Migrazione ed evangelizzazione in Asia

Il Magistero ecclesiale sui migranti

Le riflessioni più recenti

Il Primo Congresso Asiatico sulla Pastorale dei Migranti

Le parole di Benedetto XVI

Fonti e linkografia

 

 

Introduzione

 

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Si definisce “flusso migratorio” il fenomeno dello spostamento di milioni di uomini e di donne dai paesi d'origine verso altre nazioni, alcuni per cercare “l'eldorado”, alcuni per cambiare completamente vita, altri per farsi un bagaglio di conoscenze e di capitali, per poi tornare nel paese d'origine.

 

Ogni popolazione emigrata porta con sé i caratteri ed i motivi della scelta fatta: fuggire da società e modelli di vita considerati superati, sottosviluppati, arretrati.  I potenti mezzi mass mediatici dei paesi a capitalismo avanzato arrivano ormai in tutti gli angoli della terra, diffondendo tutti gli aspetti più rassicuranti (e illusori) delle società che vivono secondo modelli moderni, tecnologici, capitalistici, tipici della nazioni occidentali. L'induzione è a sognare vite libere dalle tradizioni dei paesi d'origine e rompere con i modelli religiosi ed economici a cui si è stanchi di credere.

 

Un aspetto molto importante e determinante della migrazione è il fattore economico: ci si sposta da paesi dove l'economia non è ancora sviluppata e la natività è altissima, verso nazioni che richiedono manodopera a basso costo, per tutti quei lavori che i cittadini occidentali rifiutano (lavori nelle fabbriche o nei campi dove orari e stipendi non soddisfano più i bisogni di popoli che guardano a modelli di vita più consumistici); va detto che l’immigrazione è incoraggiata anche dall'invecchiamento costante della popolazione in molte nazioni occidentali, ulteriormente aggravato da un forte calo delle nascite.

 

Ma, oltre ai flussi regolamentati dalle leggi, vi sono quelli gestiti direttamente dalla criminalità organizzata, che amministra il traffico di esseri umani in modo da coprire capillarmente (e con persone facilmente ricattabili) i vari settori “alternativi” del mercato del lavoro: spesso infatti, all’interno dei flussi migratori, si sviluppa l'aspetto dello sfruttamento di uomini, donne, minori, ridotti in stato di schiavitù. Un esempio lampante è rappresentato dal mercato della prostituzione o dalla progressiva discriminazione di tutti quei soggetti che, nel fenomeno migratorio, finiscono nella mani di bande criminali che amministrano il mercato del lavoro degli immigrati clandestini.

 

Il quadro delle cifre

 

Il grosso dei flussi migratori internazionali è dovuto agli squilibri socioeconomici tra regioni più sviluppate e regioni meno sviluppate e a quelli tra un paese e l’altro all’interno di ciascuna regione.

 

A questi si aggiungono i flussi migratori interni, determinati dai divari di sviluppo economico tra una parte e l’altra del paese. In Cina, ad esempio, vi sono 120 milioni di migranti interni che, dalle province dell’entroterra, vanno a lavorare in quelle costiere economicamente più sviluppate.

 

Chi lascia il proprio paese lo fa per sfuggire a una condizione di povertà o precarietà economica e poter aiutare i familiari rimasti in patria, o comunque per migliorare la propria condizione lavorativa e sociale. Altri lo fanno per sottrarsi a persecuzioni e guerre.

 

I flussi migratori internazionali si dirigono non solo dai paesi economicamente meno sviluppati dell’Africa, Asia, America latina ed Europa orientale ai paesi economicamente più sviluppati, soprattutto quelli del Nord America e dell’Unione Europea. Gran parte dei flussi migratori avviene tra paesi in via di sviluppo dell’Asia, Africa e America latina, e anche tra quelli dell’Europa orientale. Vi sono flussi migratori anche tra paesi economicamente sviluppati.

 

L’emigrazione internazionale si svolge oggi prevalentemente su base temporanea, dato che i paesi ospiti adottano misure restrittive per limitare al massimo l'immigrazione su base permanente dalle regioni economicamente meno sviluppate (eccettuate, in certi casi, le riunificazioni familiari).

 

Secondo una stima approssimativa, circa 200 milioni di persone – circa il 3% della popolazione mondiale – vivono oggi al di fuori del loro paese di nascita.

 


 

Come già osservato dall’Agenzia Fides nel Dossier “Le Migrazioni e le nuove frontiere della missione” (cfr Fides 4/6/2005) è difficile quantificare il fenomeno delle migrazioni internazionali, dal momento che sono molti i migranti che non hanno regolare documentazione e passano da un Paese all'altro senza sottomettersi a registrazioni, anche perché molti Paesi non hanno sistemi e mezzi di controllo.

 

Secondo le stime esistenti, si calcola che circa un miliardo di persone, ogni anno, lasci il proprio Paese di origine per lavoro, turismo o pellegrinaggio, in esilio o per sfuggire alla guerra, spinto dalla povertà oppure per chiedere asilo. Secondo l'ONU, i migranti internazionali, per motivi economici, sono approssimativamente 175 milioni; si contano circa 16 milioni di rifugiati e circa 50 milioni di sfollati. Il 48% dei migranti è costituito da presenze al femminile. Agli inizi del terzo millennio, nel mondo una persona ogni 35 è migrante, pari al 2,9% della popolazione mondiale e i demografi prevedono che nel 2050 i migranti saranno oltre 230 milioni. Si rileva che il Nord del mondo assorbe il 30% dei migranti, mentre il restante 70% si concentra nei Paesi in via di sviluppo. Basti pensare che negli ultimi quarant'anni ben 35 milioni di migranti si sono mossi all'interno dell'Africa Subsahariana, mentre oltre 15 milioni si sono diretti verso il Sud-Est asiatico. Questi dati non contemplano le migrazioni interne, che aprirebbero un altro importante capitolo del fenomeno. Concretamente, si può dire ormai che nessun Paese è escluso dal fenomeno dei flussi migratori internazionali, come luogo di origine, di transito o di destinazione, e a volte insieme.

 

L'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) stima che attualmente siano circa 65 milioni le persone che lavorano in un Paese diverso dal proprio, con o senza autorizzazione. Vari fattori determinanti (come "l'attrazione" esercitata dai cambiamenti demografici e dal mercato del lavoro in molti Paesi industrializzati; la pressione demografica, la disoccupazione e le crisi nei Paesi poveri; le reti e i contatti stabiliti nel tempo tra i vari Paesi, grazie a legami familiari, culturali e storici) continueranno ad alimentare questo tipo di movimenti.

 

Alle migrazioni si è correlato il problema della sicurezza: dopo gli atti terroristici dell'undici settembre 2001, che hanno avuto un notevole impatto sulle migrazioni, vi è stata una reazione di forte preoccupazione per la sicurezza nazionale e per l'incidenza delle migrazioni sulla dimensione economica e sociale. Ci si è chiesto, in effetti, se la mobilità, intensificata dalla globalizzazione, costituisca una minaccia per la sicurezza degli Stati e della società. Gli effetti dell'undici settembre hanno dunque posto in evidenza l'importanza di una gestione efficace dei flussi migratori e hanno accresciuto la consapevolezza dell'insufficienza di misure puramente locali e circoscritte.

 

Inoltre il fenomeno continua ad intersecarsi con la migrazione irregolare, movimento estremamente complesso, sul quale sono difficilmente disponibili dati precisi e affidabili. Si stima che siano tra i 700.000 e i 2 milioni le donne e i bambini oggetto-soggetto di traffico, ogni anno, attraverso le frontiere internazionali. Si calcola inoltre che circa 500.000 persone entrino irregolarmente annualmente negli Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, mentre nell'Unione Europea la cifra varierebbero tra 120.000 e 500.000 all'anno L'introduzione clandestina di migranti è un "commercio" molto proficuo che genera miliardi di dollari, soprattutto per le organizzazioni criminali.

 

A questo proposito, la questione della tutela e del rispetto dei diritti umani dei migranti rimane all'ordine del giorno nell'agenda internazionale. La loro violazione è diventata un fatto ricorrente e i migranti sono sempre più soggetti ad abusi e sfruttamento a causa della loro particolare condizione di vulnerabilità. Inoltre, essi sono spesso capri espiatori di una serie di problemi sociali e, anche per questo, vittime di xenofobia e discriminazione. I migranti, indipendentemente dal loro status giuridico, hanno invece diritto ad essere protetti nei loro diritti fondamentali. Per questo fine, la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e dei Membri delle loro Famiglie è stata adottata dall'ONU il 18 dicembre 1990 ed è entrata in vigore a partire dal 1 luglio 2003, riconosciuta dai 179 Stati che già avevano sottoscritto la Convenzione sulla Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione contro la Donna del 1979, e dai 192 Stati firmatari della Convenzione del 1989 sui Diritti dell'Infanzia. A tutt'oggi, però, è stata ratificata soltanto da 29 Stati. Si tratta di uno strumento legale che, quantomeno, definisce lo status del lavoratore migrante.

 

L’emigrazione in Asia

 

Uno studio pubblicato dall’ILO, riguardante l’occupazione in Asia, rileva che la crescita demografica aumenterà ulteriormente i flussi migratori nei prossimi anni. Attualmente nel continente vi sono 1,8 miliardi di persone in età da lavoro, cui si aggiungeranno altri 200 milioni entro il 2015. La fame di braccia nelle aree industriali e la povertà delle campagne provocheranno un’ulteriore accelerazione dell’emigrazione verso le grandi città: secondo l’ILO la popolazione urbana crescerà in Asia di 350 milioni di persone entro il 2015, mentre quella rurale di appena 15 milioni. Come osserva il “Rapporto sui diritti globali” (nelle edizioni 2007 e 2008), la gestione dei flussi migratori si avvia ai diventare una delle sfide più importanti per lo sviluppo regionale. Non esistono cifre attendibili sul numero di persone che ogni anno si spostano da casa per andare a lavorare, anche per un breve periodo, all’interno o all’esterno del proprio paese.

 

Questo esodo arte soprattutto da Pakistan, Bangladesh, Indonesia e Filippine per arrivare nei paesi asiatici maggiormente industrializzati. In Cina i flussi migratori sono in prevalenza interni al paese, dalle aree rurali più povere verso le ricche città protagoniste del miracolo economico. Questo rimescolamento di lingue e tradizioni ha cambiato la società in molte aree dell’ex Impero di Mezzo: secondo Anqing Shi, che ha pubblicato da poco uno studio per conto della Banca Mondiale, nella provincia di Zhejiang ben il 18,21% degli abitanti vi si è stabilito negli ultimi cinque anni. Un discorso a parte va fatto per chi fugge dalla Birmania, dove la miseria e la dittatura militare hanno ridotto alla fame centinaia di migliaia di persone, che diventano poi l’ultimo gradino della scala sociale in Tailandia, Malaysia, Cambogia. Disposte a tutto pur di non tornare all’inferno, si adattano a lavorare nelle fabbriche per la lavorazione del pesce vicino a Bangkok o nei ristoranti di Kuala Lumpur, a volte in condizioni di semi schiavitù.

 

Anche per gli altri immigrati, però, la vita non è un paradiso: le tutele sindacali, già scarse in quasi tutti i paesi asiatici per i lavoratori regolari dell’industria, sono del tutto assenti per quelli in nero. Il fenomeno ha raggiunto in molti Stati proporzioni allarmanti, come testimonia un’indagine compiuta dal quotidiano britannico Financial Times. In Malaysia vi sono tre milioni di lavoratori stranieri, provenienti soprattutto dalla vicina Indonesia, un terzo dei quali è entrato illegalmente. La maggior parte degli occupati in nero si trova nelle piantagioni o nell’edilizia, accettando mansioni poco pagate. Il governo ha deciso di usare il pugno di ferro contro chi non ha le carte in regola, mandandone migliaia nei campi di detenzione, nonostante le vibrate proteste dell’Onu e di molte organizzazioni per i diritti umani. In Giappone è ufficialmente vietato impiegare stranieri poco specializzati, ma in realtà è pratica comune assumerli nei negozi o nelle fabbriche, utilizzando come escamotage gli “haken geisha”, vale a dire gli intermediari di manodopera. In questo modo gli immigrati non figurano nelle statistiche ufficiali degli occupati e gli imprenditori risultano in regola. Il risultato è che per gli stranieri non ci sono tutele per quanto riguarda pensioni o assicurazione sanitaria: anche se in teoria gli intermediari devono garantirle ai propri occupati, in pratica sono ben pochi i lavoratori che ne godono, perché il governo giapponese non controlla l’applicazione delle norme.

 

Hong Kong e Singapore, dove l’immigrazione ha costituito in passato la chiave del successo economico, si trovano in una situazione diversa. L’ex colonia britannica, da dieci anni tornata alla Cina, ha un grande bisogno di manodopera giovane e specializzata, a causa del basso tasso di natalità, e invece sente come un peso le migliaia di poveri che premono ai suoi confini. I cinesi più colti non sembrano però guardare con interesse all’ipotesi di lavorare a Hong Kong, poiché trovano oggi occasioni più allettanti a Pechino o a Shanghai. Anche a Singapore il basso tasso di natalità comincia a impensierire il governo, che ha lanciato un programma per attrarre giovani immigrati laureati provenienti da Cina e India. Nei fatti, però, a recarsi nella città Stato sono per lo più filippini, indonesiani e cittadini del Bangladesh, impiegati in lavori mal pagati nelle case e nei cantieri: dei 670 mila stranieri residenti l’87 per cento, infatti, è occupato come operaio edile o domestico.

 

Importare ed esportare mano d’opera

 

Dal quadro appena tracciato emerge che, nel giro di pochi anni, l'Asia ha visto paesi tradizionalmente esportatori di manodopera diventare a loro volta importatori; oppure mantenere entrambe le situazioni, gestendo i flussi migratori a seconda delle opportunità economiche, sociali e anche politiche. Non senza ambiguità e normalmente con scarsa considerazione per la manodopera immigrata, scarsamente tutelata, spesso illegale, usata per tenere bassi i costi di produzione e i salari locali, soggetta a provvedimenti restrittivi. E' il caso della Malaysia, che ha deciso di espellere tutti gli stranieri clandestini, scaduta una moratoria di sei mesi offerta  per la regolarizzazione.

 

In alcuni paesi asiatici la presenza dei lavoratori stranieri è di tutto rilievo sia in termini economici che demografici: a Hong Kong gli immigrati sono almeno 350 mila su 6 milioni di abitanti; a Singapore 300 mila su 3 milioni; nel sultanato del Brunei sono 50 mila su 380 mila. Il Giappone, paese non certo tenero verso gli immigrati, ne ospita oltre un milione, occupati in attività evitate dai giapponesi perché "sporche, pericolose e difficili", o impiegati nella fiorente "industria" del sesso. Non bisogna dimenticare i paesi del Golfo Persico e quelli arabi della costa mediterranea, tradizionali importatori di manodopera. Va detto, peraltro, che se si escludono tecnici e manovalanze specializzate (provenienti per lo più da Corea del Sud, Taiwan, Filippine e Malesia), quest'area – che pure accoglie ancora due milioni di immigrati – è sempre più di "seconda scelta", per le pessime condizioni contrattuali e gli scarsi salari corrisposti, oltre che per i frequenti abusi.

 

Passando ai paesi esportatori, in testa restano le Filippine, con 8 milioni di migranti in continua crescita (una media di due mila partenze ogni giorno nel 1996), dei quali quasi due milioni in Asia. Seguono a ruota l'Indonesia (900 mila), Thailandia (400 mila) e Malaysia (200 mila). Corea del Sud e Taiwan restano esportatori di manodopera qualificata ma essi, a cui vanno aggiunti Malesia e Thailandia, sono diventati anche paesi riceventi (sono 100 mila gli immigrati registrati in Corea del Sud). Infine, le partenze da paesi come India, Pakistan, Bangladesh e Sri Lanka registrano una netta crescita e saranno loro, con ogni probabilità, a caratterizzare il panorama migratorio, non solo asiatico, dei prossimi anni.

 

I paesi più coinvolti

 

Per comprendere a fondo il fenomeno migratorio in Asia, occorre esaminare nel dettaglio i paesi maggiormente interessati. Come riporta un’analisi pubblicata dal mensile internazionale della Compagnia di Gesù “Popoli”, a Taiwan gli immigrati rappresentano il 2,4 per cento della forza-lavoro. Secondo una recente stima sono 292 mila quelli legalmente presenti nel paese, impiegati nelle manifatture (46 mila), nell'edilizia (150 mila), nei cantieri navali, nei servizi. Taiwan, che ha 22 milioni di abitanti, ospita attualmente 130 mila thailandesi, 75 mila filippini, 19 mila indonesiani e 16 mila malesi. In un periodo di rallentamento dell'economia, per un riequilibrio che dovrebbe essere del tutto fisiologico dopo tanti anni di espansione, cresce la preoccupazione che la massiccia presenza di stranieri crei effetti negativi sul mercato del lavoro. A sostegno di questa preoccupazione, che è diventato un problema anche politico, si cita un’impennata della disoccupazione in due settori trainanti dell'economia: più 150% nell'industria e più 70% nell'edilizia.

 

Va però precisato che la crescente disoccupazione locale tocca anzitutto gli aborigeni (350 mila), tradizionale riserva di manodopera sottopagata. Inoltre, a provocare questa situazione non è solo l'abbondanza di manodopera disponibile sul mercato asiatico delle braccia. E' anche la presenza di una legislazione che permette agli imprenditori di aggirare le leggi sull'assunzione di manodopera straniera oppure di rischiare pene lievi se colti sul fatto. D'altra parte gli stranieri, reclutati attraverso un processo complesso e per loro oneroso, gestito da una rete di agenzie, si trovano ora circondati da diffidenza e polemiche. Al loro fianco, per combattere gli abusi da parte dei reclutatori, dei datori di lavoro e poteri pubblici, si batte il Migrant Workers' Concern Desk (MCD), fondato nel 1988. Il Desk, nato su iniziativa della Commissione per lo sviluppo umano voluto dai vescovi taiwanesi, per poter operare più efficacemente ha avviato contatti con paesi di forte emigrazione, come Filippine e Thailandia. L'MCD (attraverso il suo Hope Workers' Center) sta ora preparando un progetto di legge del lavoro, basato sulla dottrina sociale della Chiesa, che dovrebbe confrontarsi in parlamento con quello governativo allo studio.

 

Il governo del territorio di Hong Kong, colonia britannica tornata alla madrepatria cinese il 1° luglio '97, ha un problema in più da gestire: quello degli immigrati, finora utili - anzi, indispensabili - al suo sviluppo. Fra questi spiccano come numero e incidenza sociale i 90 mila filippini. Ben organizzati, appoggiati dalla Chiesa locale, con proprie organizzazioni culturali ed ecclesiali, per decenni essi hanno sollevato le indaffarate famiglie di Hong Kong dalle preoccupazioni domestiche e non di rado dalla cura dei figli.

 

Seppure in modo meno drammatico, se non altro perché abitualmente non usufruiscono dello stesso trattamento relativamente favorevole rispetto ai visti d'ingresso e delle condizioni contrattuali dei filippini, sono molte migliaia di asiatici (coreani, thailandesi, malesi, indonesiani, indiani e pakistani), la cui presenza è soprattutto legata ai grandi progetti esistenti nell’ex colonia britannica.

 

In conseguenza di una crescita spettacolare e contraddittoria, nello scorso decennio anche le economie dell'Asia sudorientale hanno creato ampie opportunità per milioni di lavoratori stranieri. Molti di loro sono stati accolti legalmente ma la maggioranza, soprattutto quelli non qualificati, restano nell'illegalità. La necessità di manodopera nelle piantagioni, nelle miniere e nelle fabbriche in anni d'ininterrotto boom economico ha costretto la Malaysia ad aprire le frontiere, assorbendo legalmente 650 mila stranieri e un numero altrettanto alto di illegali. Complessivamente almeno 500 mila indonesiani, 200 mila bengalesi, 100 mila indiani e 50 mila cinesi, oltre a thai, filippini e birmani.

 

Il problema rappresentato dagli immigrati ha solo parzialmente risvolti economici (la spesa per l'assistenza sanitaria, la casa e l'educazione) e sociali (la competizione sul mercato del lavoro). La verità è che oltre un milione di stranieri su 20 milioni di abitanti viene visto come una minaccia per l'equilibrio etnico del paese e, in particolare, il risicato predominio del gruppo malese. Il Primo Ministro Mahathir Muhammad ebbe ad ammettere anni fa: “La Malesia non può più dipendere strettamente dal lavoro straniero. Ne stiamo già pagando le conseguenze sociali... Continuando così (gli stranieri) chiederanno anche la cittadinanza malese e noi non possiamo consentirlo”.

 

La vicina Thailandia è fra i maggiori esportatori e, insieme, fra i maggiori importatori di manodopera illegale. Mentre 380 mila thailandesi (secondo le stime) lavorano in Giappone, Hong Kong, Malesia, Singapore e Taiwan, questo paese ha consentito l'ingresso di almeno 600 mila immigrati irregolari attraverso le sue frontiere. Si tratta soprattutto di indiani, birmani, laotiani, cambogiani e cinesi, in maggioranza diretti verso altri paesi e che per questo non sono ancora visti come un grave problema sociale. La Thailandia è però anche zona di transito e smistamento di donne - moltissime minorenni - che dai paesi confinanti e persino dall'India, dal Bangladesh e dal Nepal, vengono importate nel regno per poi essere avviate ai mercati della prostituzione internazionale.

 

Singapore continua ad avere problemi con i clandestini, nonostante da anni usi il pugno di ferro per frenare i fenomeni di clandestinità e sfruttamento  Una durezza che gli ha spesso attirato reazioni internazionali sfavorevoli. La dipendenza della piccola ma ricca Singapore dai capitali, prima ancora che dalla manodopera immigrata (che pure costituisce il 20% della forza lavoro) non ha impedito al suo governo, primo in Asia, di colpire anche le aziende che assumono illegalmente forza lavoro straniera. L’azienda automobilistica sudcoreana Sangyong è stata multata per quasi due miliardi per aver arruolato degli stranieri privi del permesso di lavoro nel suo stabilimento di Singapore.

 

I flussi migratori nel Sudest asiatico

 

Grande dinamismo e flussi molto intricati caratterizzano le migrazioni nel sud-est asiatico e in particolare nella regione del Mekong , dove risulta molto intensa la partenza, la ricezione e il transito di migranti nei paesi dell'area. Il numero di migranti in movimento nel sud-est asiatico è aumentato drammaticamente negli ultimi decenni, come il cambiamento politico ed economico che ha interessato la regione.

 

Il boom economico della Thailandia, ad esempio, ha costituito una calamita per migranti provenienti dai paesi limitrofi. Come la maggior parte dei paesi sviluppati nella regione, il suo PIL pro capite è dodici volte superiore a quello del Myanmar ($ 151).  Altri vicini - Cambogia ($ 270 PIL pro capite) e Laos ($ 330) restano affetti da grave sottosviluppo.  Di conseguenza, si stima che due milioni di lavoratori migranti irregolari dal Myanmar, Cambogia e il Laos sono siano presenti clandestinamente in Thailandia.

 

Molti dei lavoratori migranti in Thailandia operano nei settori della pesca, dell'agricoltura, nel manifatturiero, nelle costruzioni e nei servizi.  Numerose industrie sono state costruite nelle zone di frontiera per approfittare di manodopera straniera a basso costo e di una storica mancanza di controlli ufficiali, che ha incrementato una diffusa pratica di traffico di esseri umani e di contrabbando.

 

Il profilo di questi migranti varia ampiamente. Alcuni soggiornano per periodi di tempo prolungati in Thailandia: in particolare la stima del 1,2 milioni di birmani, che hanno poche prospettive nel loro paese d'origine. Altri hanno semplicemente soggiorno per lavoro stagionale.  Molti laotiani giungono  in Thailandia per il raccolto in dicembre e tornano in patria dopo pochi mesi.

 

Sta di fatto che alti livelli di migrazione irregolare caratterizzano la migrazione asiatica. Si stima che il 30-40% del totale dei flussi migratori nella regione si svolge attraverso canali non regolamentati. Ignorando l'immigrazione irregolare in Asia, si tralascia gran parte del fenomeno migratorio.

 

Malaysia e Thailandia sono le due destinazioni principali per gli immigrati irregolari. Nel complesso i die paesi ospitano ben tre milioni di immigrati privi di documenti.

 

Mentre varie misure sono state adottate per ridurre il numero dei clandestini, resta un elemento strutturale la dipendenza da questi lavoratori in molti settori, tra cui agricoltura, l'edilizia e l'industria.

 

La tratta di esseri umani, in particolare donne e bambini, è un grande problema sociale in tale area. Essa viola i diritti umani fondamentali ed è un'attività gestita dalla rete della criminalità organizzata.  Il numero di persone coivolte nel traffico di esseri umani ogni anno all'interno della regione è stimato tra 200.000 e 450.000 unità.

 

Fattori economici e sociali alimentano la tratta di esseri umani: la povertà, le disparità nello sviluppo economico, la mancanza di istruzione e le opportunità di lavoro, i tradizionali modelli di migrazione e di una mancanza di informazione nei paesi d'origine circa il rischio di sfruttamento connesso con l'immigrazione irregolare.

 

D'altro canto, nei paesi di approdo, esiste una enorme domanda di manodopera a basso costo per il lavoro nelle fabbriche,  nella pesca, nei cantieri edili, nelle case private.

 

I profitti enormi a disposizione di trafficanti di esseri umani, in combinazione con il rischio  relativamente basso di azione penale, assicurano che il traffico di esseri umani continui a prosperare se non saranno intraprese azioni per affrontare questioni che riguardano l'offerta e la domanda.

 

Migrazione e salute

 

La salute costituisce una questione molto importante per i migranti. La mobilità, infatti, comporta rischi come la povertà, la vulnerabilità di abuso e sfruttamento sessuale, pericolosi ambienti di lavoro, incapacità o impossibilità di accedere a servizi sanitari di prevenzione o a strutture di sostegno sociale.

 

Ambienti di vita e di lavoro poco salutari e sovraffollati contribuiscono al degrado della salute dei lavoratori migranti e delle loro famiglie. Accade che i migranti in molti paesi asiatici, soprattutto se clandestini o irregolari, non hanno accesso all’acqua potabile o a mezzi di smaltimento dei rifiuti solidi.

 

Tali condizioni di vita espongono i bambini a luoghi particolarmente a rischio, rendendoli vittime di malattie, mente la cronica sotto-alimentazione impedisce ai bambini immigrati di raggiungere le loro piene potenzialità, fisicamente o mentalmente.

 

Come osserva la pubblicazione “Migrants’ Right to Health” (OIM/UNAIDS), esiste una elevata vulnerabilità dei migranti all’HIV e ad altre gravi malattie, anche di carattere psicologico o psicosomatico. La precarietà e l'instabilità del lavoro rendono la salute della persona migrante un bene da poter sfruttare ma non sempre da poter proteggere. La localizzazione di certi lavori, che rinchiudono le persone in recinti quasi invisibili (le case, le serre), aumentano il distacco tra chi ha bisogno di assistenza e chi può fornirla. A questo si aggiunge il problema degli infortuni che ricorrono più facilmente tra chi è maggiormente invisibile e privo di protezione.  Esistono spesso solo sulla carta luoghi e modalità deputati alla assistenza dedicata anche agli immigrati sul territorio delle nazioni destinatarie dei flussi. In realtà questo non avviene per diversi motivi:  mancanza di applicazione della legge; mancanza di conoscenza della legge; mancanza di coordinamento tra i diversi settori e i diversi attori istituzionali e non; incomunicabilità tra servizio offerto e potenziali utenti.

 

Il risultato è di frequente l’impossibilità di una parte della popolazione immigrata di fruire del diritto alla salute e alle cure mediche.  La risposta a queste problematiche può avvenire solo attraverso percorsi di salute che coinvolgano il territorio e che siano in grado di attuare un coordinamento che permetta alle istituzioni pubbliche e al privato di instaurare un processo decisionale a rete e virtuoso.

 

Occorrono inoltre strumenti di controllo delle condizioni degli immigrati e del loro accesso alle cure mediche, in un patto che dovrebbe unire istituzioni, volontariato, terzo settore e migranti in tutte le nazioni, ma che, il più delle volte, non esiste, lasciando il rapporto fra migrazione e salute alla buona volontà o alle iniziative sporadiche di pochi.

 

La questione migratoria nelle Filippine

 

Ricopre una rilevanza del tutto particolare in Asia la questione dell’emigrazione nelle Filippine, caso su cui si focalizza l’attenzione del presente dossier. Sono oltre 8 milioni di persone che, grazie alle loro puntuali rimesse, sostengono la traballante economia nazione, portando ossigeno a milioni di famiglie: gli emigrati filippini sono una componente vitale per l’economia di molti paesi del mondo, in America, Europa, Asia (oltre 1,4 milioni in Medio Oriente) e d’altro canto costituiscono un fenomeno  di natura rilevante, in quanto è lo stato stesso che, attraverso un apposito Ufficio ministeriale, incoraggia l’emigrazione regolare, per alleggerire il carico demografico e per avere sussidi esterni che giovano all’economia, alla società nel suo complesso, ai consumi interni.

 

L’emigrazione filippina in Europa e nel modo cresce a ritmi vertiginosi, e questo costituisce una sfida per la Chiesa in Occidente. Nei paesi del Medio Oriente, invece, le comunità di immigrati filippini trovano sempre grandi ostacoli per professare la loro fede cattolica e registrano un forte disagio per l’assenza di libertà religiosa. E’ il quadro delineato in un colloquio con l’Agenzia Fides da padre Paulo Prigol, sacerdote scalabriniano di 45 anni, che ha operato in diversi paesi di Asia e Australia ed è stato per 12 anni a capo della Commissione per la cura pastorale dei Migranti, in seno alla Conferenza Episcopale delle Filippine.

 

“Le caratteristiche dell’immigrazione filippina – ha notato p. Prigol parlando all’Agenzia Fides – sono mutate negli ultimi anni. Occorre sfatare il mito dei filippini come lavoratori domestici, e l’emigrazione si fa sempre più qualificata. Inoltre va notato che dei circa 8 milioni di emigrati nel mondo, il 60% è costituito da donne, che si trovano soprattutto in paesi dell’Asia come Hong Kong, Malaysia, Singapore, Taiwan, Corea e Giappone. In Europa, in paesi come Inghilterra, Irlanda, Italia, Francia, Svizzera e Germania, vi è bisogno di infermiere e le filippine sono molto capaci. In pochi anni l’emigrazione ha preso un volto nuovo e oggi è più qualificata”.

 

P. Prigol spiega perché il governo filippino adotta una politica che incoraggia l’emigrazione: “I filippini che emigrano sono circa 2.700 al giorno, quasi un milione all’anno. Costoro dicono o sperano di tornare nel loro paese, ma poi questo accade davvero raramente, perchè l’emigrato si costruisce una nuova vita nel paese dove si è stabilito. Nelle Filippine c’è un tasso di disoccupazione pari al 10%: il governo considera l’emigrazione una valvola di sfogo per i disoccupati, inoltre grazie agli 8 milioni di emigrati, il paese può contare sulle rimesse che toccano un totale di 8 miliardi di dollari all’anno, altro grande vantaggio per l’economia. Ma, nonostante i vantaggi economici, la Chiesa afferma che una politica di questo genere non è rispettosa dell’uomo, in quanto l’emigrazione ha pesanti ripercussioni sulle famiglie. In questo processo, quando uno dei coniugi lascia il paese, l’emigrazione frantuma le famiglie e questo è un male per la società”.

 

Fra le difficoltà che gli immigrati trovano, “vi sono la lingua, la cultura locale, lo stile di vita, che spesso penalizzano i filippini. Essi sono per natura molto socievoli, avrebbero bisogno di incontrarsi più spesso ma riescono a vedersi raramente e questo li fa molto soffrire. Vanno poi segnalati gli abusi sul salario e, in alcuni paesi del Medio Oriente, come l’Arabia Saudita, la sofferenza per la mancanza di libertà di professare la propria fede, un patrimonio molto importante per i filippini. In alcuni paesi essi non possono nemmeno portare una croce e ricordiamo casi eclatanti di arresti per possesso di Bibbie o incontri di preghiera nelle case. Nei paesi a maggioranza cristiana, essi invece hanno un vantaggio: inserirsi nella rete di persone e centri della Chiesa che li aiutano in quanto cattolici”.

 

Le Chiese d’Europa, conclude, sono chiamate ad essere più aperte, accoglienti, investendo risorse umane e finanziarie per gli immigrati e migliorando soprattutto l’azione per la difesa dei diritti degli immigrati. La Chiesa filippina, dal canto suo, lavora nel campo dell’educazione, promuovendo seminari rivolti a studenti, insegnanti, personale ecclesiale, per spiegare aspetti positivi e negativi dell’emigrazione.

 

Ma, nell’immenso fenomeno della mobilità umana, accanto all’emigrazione legale, regolata dalle norme di diritto internazionale, non si può ignorare il fenomeno del traffico di esseri umani, che causa sofferenze a centinaia di migliaia di persone nel mondo. Lo afferma  p. Fabio Baggio, altro missionario Scalabriniano impegnato a Manila nello “Scalabrini Migration Center” e organizzatore dei seminari internazionali “Exodus”, utile per la formazione del personale che si occupa di Pastorale dei Migranti.

Il missionario sottolinea la costante crescita del fenomeno migratorio dalle Filippine verso il resto del mondo, che  alimenta un “mercato parallelo” di tratta di esseri umani, gestito dalla criminalità.

 

“L’emigrazione irregolare – nota p. Baggio – è alquanto diffusa e sembra rappresentare una valida alternativa, scevra da valutazioni etiche, alle vie ufficiali. Le peculiari dinamiche di tale emigrazione generano inevitabili connessioni col fenomeno del traffico di esseri umani, la cui portata nelle Filippine non è stata ancora attendibilmente calcolata. Il trinomio “migrazione irregolare–criminalità organizzata– tratta di persone” sembra comunque funzionare a meraviglia, visti i casi ripetutamente proposti all’attenzione internazionale”.

 

Spiegando che le cause di un esodo di così gran portata vanno ricercate principalmente nell’ambito economico (estrema povertà, penuria di risorse naturali, crescente disoccupazione e la mancanza di chiare prospettive per il futuro), p. Baggio ricorda che “il governo filippino ha adottato l’emigrazione di massa come una delle principali strategie di sviluppo”. E, nell’intento di generare maggiori opportunità d‘impiego oltreoceano, “ha lasciato ampio margine di azione all’imprenditoria privata nel settore”. Questo ha dato spazio agli aspetti criminali del fenomeno, con la fioritura di agenzie illegali, che operano nel mercato nero dell’emigrazione, perpetrando abusi e sfruttamento. L’emigrazione e la sua degenerazione in traffico di esseri umani costituiscono, dunque, un sfida pastorale decisiva per la Chiesa nel terzo millennio.

 

Per un intervento integrale del missionario Scalabriniano p. Fabio Baggio sul tema dell’immigrazione clandestina dalle Filippine e sul conseguente fenomeno della tratta di esseri umani, rimandiamo all’archivio dell’Agenzia Fides, al link

http://www.fides.org/ita/documents/filippine_emigrazione20070116.doc

 

Migrazione ed evangelizzazione in Asia

 

Rispetto al fenomeno dell’immigrazione, i cristiani sono chiamati all’accoglienza e alla solidarietà. Alle oltre 200 milioni le persone che oggi vivono e lavorano in un paese diverso da quello in cui sono nate, si rivolse il Santo Padre Benedetto XVI all’Angelus del 5 giugno 2005, commemorando il primo centenario della morte del Beato Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905), definito da Giovanni Paolo II "Padre dei migranti: “Auspico che incontrino sempre sul loro cammino volti amici e cuori accoglienti, capaci di sostenerli nelle difficoltà di ogni giorno”.

 

II Vangelo descrive l'accoglienza come una caratteristica del modo di essere di Gesù, del suo rapporto con gli altri. L'incontro con l'altro non può lasciare indifferente colui che si apre al messaggio evangelico. L'amore, che è “la divisa del cristiano”, esige un atteggiamento di positiva apertura che dovrà esplicitarsi in comportamenti di disponibilità operativa anche nei confronti dello straniero, persona che lascia la propria terra per cercare in un nuovo paese un avvenire migliore per sé e per i propri cari. Politiche e leggi eque, strutture dignitose, procedure trasparenti, apertura alla convivenza costruttiva diventano l'espressione visibile dell'amore, che si estende anche alla condivisione dei valori e dei beni che edificano la comunione nell'apprezzamento delle diversità in uno scambio reciproco e armonico che abbraccia diritti e doveri per tutti e nel rispetto della dignità e libertà di ogni individuo.

 

Non c'è posto quindi per la segregazione territoriale e sociale, scelta o imposta, come la Dottrina Sociale della Chiesa insegna, in particolare nei documenti riguardanti i migranti come “Erga Migrantes Caritas Christi”. La buona accoglienza apre all'integrazione e fa delle migrazioni, spesso segnate da ingiusti squilibri economici e da penosi sradicamenti, una forza per lo sviluppo dei paesi di origine e di arrivo. L'accoglienza è una dimensione dell'amore del prossimo e, perciò, diventa genuina testimonianza cristiana. Essa oltrepassa la semplice accettazione della diversità culturale, per il fatto che sigilla la disponibilità a costruire insieme un futuro di pace e dì mutuo arricchimento, prendendo a fondamento la rivelazione biblica sull'unità della famiglia umana che emerge dalla fratellanza universale, segnata dalla comune “immagine e somiglianza” del Creatore.

 

L'accoglienza cammina di pari passo con l’annuncio: è ormai chiaro che le missioni “sono venute in Occidente” attraverso le nuove popolazioni arrivate da lontano che interpellano i cristiani per quanto riguarda l'annuncio esplicito del messaggio evangelico. Ma d’altro canto i migranti cattolici, che sono spesso una parte consistente dei nuovi flussi migratori, possono diventare testimoni di vita cristiana e una vera e propri “forza evangelizzatrice” nell'ambiente che li accoglie.

 

Queste linee fondamentali, appena tracciate, nel rapporto fra missione ed emigrazione sono alquanto importanti per esaminare il contesto del continente asiatico: come ha ricordato il “Congresso Missionario Asiatico”, tenutosi a Bangkok nell’ottobre 2006, il fenomeno dei migranti è un tema che interpella la Chiesa in Asia. Infatti sono oltre 53 milioni i migranti asiatici, fra i quali, in prima fila, vi sono  indonesiani, filippini e vietnamiti. Va notato che l’Asia è anche un luogo di migrazione femminile con paesi come Filippine, India e Sri Lanka, dove si registra una emigrazione femminile superiore a quella maschile. Questo movimento di intere masse di popolazione, interpella le Chiese di origine quanto quelle di destinazione.

 

Gli immigrati sono visti, il più delle volte, come semplici lavoratori a servizio, più che come persone vere e proprie, titolari di diritti inalienabili. Gli immigrati vengono infatti sopportati come forza lavoro ma non desiderati come pieni cittadini da parte della società che li riceve.

 

Per la Chiesa tutta, questo fenomeno sociale è un’occasione per ribadire che “nella Chiesa nessuno è straniero”. L’attenzione che le Chiese locali devono porre nell’accoglienza e nel seguire chi è lontano dalle proprie radici, è un’opportunità per le comunità cristiane di proclamare la presenza di Dio nel mondo e del Suo amore per ciascun uomo.

 

Sempre di più, negli ultimi anni, si andata imponendo la prospettiva della migrazione come risorsa per le chiese asiatiche, che hanno sottolineato la necessità di formulare programmi comuni a livello regionale, nel Sudest asiatico e in Asia orientale, per interventi più significativi ed efficaci, tanto sul piano politico quanto su quello pastorale, puntando anche sulla corresponsabilità pastorale dei migranti come soggetto d’evangelizzazione.

 

Il fenomeno e le sue implicazioni per le Chiese asiatiche ha indotto un supplemento di riflessione che ha generato, a sua volta, una sorta di “teologia della migrazione in Asia”. La Chiesa in Asia ha risposto ai bisogni dei migranti mettendo in campo le sue migliori capacità: in primo luogo fornendo servizi religiosi nelle lingue originarie degli immigrati, poi organizzando preziose forme di assistenza materiale e amministrativa. Ma, a partire dal 2001, c’è stato un salto di qualità nella pastorale dei migranti: essa ha cercato di diventare “un modo per compiere la missione evangelizzatrice della Chiesa oggi”.

 

La migrazione è stata vista come il “luogo” teologico che fa riscoprire la dimensione itinerante e missionaria della Chiesa e promuove relazioni interpersonali ispirate al modello trinitario e alla “comunione nella diversità”. Leggendo i segni dei tempi con gli occhi della fede, la migrazione viene considerata “nel disegno e nella prospettiva di Dio”.

 

E, considerando il fenomeno dei migranti come segno dei tempi, si diventa capaci di prendersi cura amorevolmente di ogni persona in movimento, celebrando la comunione nella diversità.

Guardando la migrazione da una prospettiva missiologica, si può affermare che nella migrazione la Chiesa è chiamata a mostrare la sua partecipazione alla missione trinitaria di richiamare in un’unica famiglia tutta l’umanità, nella sua diversità.

Sull’impegno diretto della Chiesa e delle sue diverse componenti in favore dei migranti, rimandiamo, infine, al Dossier Fides “Il fenomeno dell’immigrazione nelle società avanzate” (cfr Fides  3/11/2007 e 12/1/2008) che illustra l’opera di istituti come la Società di Cristo per gli emigrati della Polonia, le suore di Santa Francesca Saverio Cabrini, la Famiglia Scalabriniana, la Società Salesiana di San Giovanni Bosco, che lavorano con diverse iniziative e progetti nei paesi dell’Asia.

 

Il Magistero ecclesiale sui migranti

 

Ci sembra utile, ai fini della riflessione sulle migrazioni, riproporre per sommi capi, nell’ambito del presente dossier, il magistero ecclesiale in materia di migranti, a partire dalla “Exul famiglia”, la Costituzione apostolica pubblicata da Pio XII nel 1952, considerata la magna charta magisteriale sulla migrazione. E’ stato infatti il primo documento ufficiale della Santa Sede che ha trattato in modo sistematico e comprensivo la questione dell'assistenza spirituale ai migranti.

 

Anche il Concilio Vaticano II si è occupato dei migranti, dando importanza ai diritti dei migranti e alla dimensione culturale della migrazione. Le cause delle vecchie e delle nuove migrazioni, ossia lo sviluppo economico incontrollato e alcune scelte politiche ed economiche, furono condannate. Venne espressa la convinzione che la Chiesa, nella sua universalità, sarebbe diventata segno e strumento di nuove regole basate sulla dignità e sull'uguaglianza fondamentali di ogni persona.

 

Fu poi la volta del motu proprio di Paolo VI “Pastoralis migratorum cura” e della relativa Istruzione “De pastorali migratorum cura” della Congregazione per i Vescovi nel 1969. Secondo tali documenti nel processo di integrazione dei migranti nella società ospitante occorreva evitare l'assimilazione passiva, come pure una integrazione indiscriminata, dannosa per l'individuo e per il gruppo etnico. Gli immigranti devono essere rispettati per ciò che sono, con tutte le loro tradizioni espressive, culturali, sociali e religiose.

 

L'interesse della Chiesa per i migranti si concretizzò poi nel 1970 con la creazione della Pontificia Commissione per la Pastorale delle Migrazioni e Turismo e poi con la sua trasformazione, nel 1989, in “Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti”. Grazie a questo organismo gli insegnamenti dei Pontefici su queste questioni vengono tradotti in importanti impegni di animazione e di promozione pastorale attraverso le diverse Conferenze Episcopali nel mondo.

Infine il documento “Ergas migrantes caritas Christi” (2004) continua a rappresentare una concreta risposta alle situazioni più disparate che riguardano il mondo della mobilità umana, che sarà illustrata nel prosieguo del presente dossier.

 

Le riflessioni più recenti

 

Il fenomeno delle migrazioni in Asia rappresenta oggi una delle questioni cruciali per molti stati del continente, per le sue implicazioni di carattere sociale, politico, economico e culturale. Per questo l’attenzione riservata ai flussi migratori è massima, soprattutto in paesi molto coinvolti, come quelli del Sudest asiatico, che spesso puntellano la loro traballante economia grazie alle rimesse dei migranti.

 

Vista la sua valenza a tutto tondo, anche in campo religioso, le Chiese asiatiche si stanno interrogando e interessando con sempre maggiore profondità al fenomeno. Lo testimoniano i recenti grandi congressi internazionali che sono stati dedicati alle migrazioni, tenutisi a Manila (Filippine) e a Bangkok (Thailandia), in incontri dove vi è stata la partecipazione attiva di esponenti della Santa Sede.

 

Già agli inizi di settembre 2008 l’International Catholic Migration Commission, fondata da Papa Pio XII nel 1951, con sede a Ginevra, in una riunione svoltasi a Manila, ha deciso di istituire una apposita Commissione dedicata all’Asia. All’incontro hanno partecipato i vertici della Chiesa filippina e numerosi rappresentanti delle Chiese asiatiche, che hanno chiesto un “approccio comune” alla questione dell’immigrazione, per fornire risposte che siano in grado di “aiutare i migranti ad affrontare le problematiche della vita di ogni giorno”. Il Segretario Generale della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia (FABC), Mons. Orlando B. Quevedo, ha ribadito che il fenomeno della migrazione non rappresenta un “lusso” delle società moderne ma è un segno evidente della loro “povertà” e ne sottolinea gli “effetti negativi sulle strutture familiari”.  Anche la Chiesa filippina, ha notato che “le migrazioni cambiano le strutture familiari e possono persino distruggerle”. Infatti migrazione rompe i legami all’interno dei nuclei familiari. Mentre spesso politici e governanti, incuranti di questo risvolto sociale, incoraggiano il fenomeno della migrazione per un mero tornaconto economico senza tenere conto delle pesanti ripercussioni sociali e familiari.

 

La riflessione sulle migrazioni in Asia è stata approfondita ulteriormente nel II Forum Mondiale su “Migrazioni e Sviluppo”, tenutosi sempre a Manila alla fine di ottobre 2008. Al Forum è intervenuto  l'Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, sottolineando che “i migranti non rappresentano solo un problema, ma anche un dono per le nostre società”. Ponendo l’accento sulle relazioni tra migrazione internazionale, sviluppo e diritti umani, l’Arcivescovo ha detto che “il rispetto per i diritti umani dei migranti è condizione essenziale se l’umanità vuole beneficiare appieno della migrazione internazionale”. Ciò, ha aggiunto, “è vero non solo per coloro che emigrano, ma anche per i paesi di partenza e di accoglienza”, e vuol dire anche “che tutti i migranti, a prescindere dal loro status, hanno diritto a godere dei diritti umani e che deve essere rivolta loro un’attenzione particolare per evitare la discriminazione e proteggere quanti tra essi sono vulnerabili, come lo sono le donne, i minori non accompagnati, gli anziani e i diversamente abili”.

 

“I migranti – ha osservato – ci aiutano nel nostro lavoro, ci obbligano ad aprire la nostra mente, le nostre economie e le nostre politiche e ci stimolano a ricercare nuovi modelli. Soltanto assieme potremo vincere questa sfida ed aprire il nostro mondo al futuro, di cui tutti vogliamo godere”. Il Presule ha ricordato che esistono già dei trattati che contengono “un forte impegno” per proteggere i rifugiati, gli apolidi, i lavoratori migranti e i membri delle loro famiglie, e le vittime dell’immigrazione clandestina e del traffico di esseri umani. Questi provvedimenti, ha constatato, si configurano come “misure chiave multilaterali” per assicurare il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei migranti, “tutti fattori legati allo sviluppo”. Se infatti la loro non è una situazione umana, i migranti possono difficilmente contribuire al meglio al vero sviluppo.

 

Per questo motivo, è necessario difendere il “nucleo fondamentale di valori, quindi di diritti, ma anche di doveri e responsabilità, compresa la necessità di promuovere la dignità umana e la giustizia, senza imporre né il relativismo né l’imperialismo culturali, e con la piena accettazione dei principi di sussidiarietà e solidarietà”. L’applicazione concreta di questi valori, rileva monsignor Marchetto, “è un fattore chiave per il successo delle politiche governative in questo ambito”, che devono attentamente vigilare su discriminazione, violenza, restrizioni di libertà personali e collettive.

 

“Maggiori occasioni di lavoro – ha affermato Mons. Marchetto – dovrebbero essere create nei paesi d’origine e dovrebbe essere evitata ogni politica migratoria che mini i fondamenti della società, specialmente la famiglia, che ne è la cellula di base”, perché “i potenziali vantaggi dell’emigrazione sono superati dai problemi che appaiono in particolare nelle famiglie esposte al rischio della disintegrazione”. Allo stesso modo, ha concluso, nei paesi di accoglienza la riunificazione familiare è il modo migliore per promuovere l’integrazione degli immigrati ed eliminare molti problemi, soprattutto quelli legati alla sicurezza e all’ordine pubblico.

 

Il Primo Congresso Asiatico sulla Pastorale dei Migranti

 

Le Chiese asiatiche si rendono conto che migranti e rifugiati nel continente rappresentano una realtà in costante aumento. Per questo il Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti ha convocare a Bangkok – in collaborazione con la Commissione per la Mobilità umana in seno alla Conferenza Episcopale della Thailandia – il primo Congresso Asiatico sulla Pastorale dei Migranti e dei rifugiati, celebrato dal 6 all'8 novembre 2008.  Molto delicata è inoltre la questione dei rifugiati, che sono ormai circa trentadue milioni nel mondo, per i quali spesso il dramma si consuma lontano dall'interesse dell'opinione pubblica internazionale.

 

Il Congresso, esaminando i dati relativi al fenomeno migratorio e, più in generale, quelli che riguardano l'intera questione della mobilità umana, volontaria o forzata che sia, sempre in riferimento al continente asiatico, ha notato che i numeri mostrano un fenomeno di vastissime proporzioni inimmaginabili e  in sensibile aumento. I rappresentanti di quindici paesi asiatici si sono confrontati sul tema: “Per una migliore cura pastorale dei migranti e dei rifugiati in Asia all'alba del terzo millennio”, occasione non solo per uno scambio di esperienze, ma anche e soprattutto per trovare vie comuni per fronteggiare un fenomeno che sta assumendo dimensioni impressionanti.

 

I lavori del Congresso sono stati introdotti dal Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, che in una relazione ha illustrato l’Istruzione “Erga migrantes caritas Christi”, quale “migliore risposta pastorale anche per i migranti in Asia”, agli inizi del Terzo Millennio. Il Porporato, sulla linea di tale documento, pubblicato il 3 maggio 2004 e approvato da Giovanni Paolo II, ha sollecita una visione positiva del fenomeno migratorio, invitando gli operatori pastorali a riscoprire e approfondire la dimensione della cattolicità, che, nel suo significato più ampio e profondo, è la capacità del Vangelo, nella Chiesa, di realizzare una comunione universale, un’unità senza frontiere geografiche, storiche e culturali.

 

Di fronte alla sempre più complessa realtà delle migrazioni, il dialogo diviene l'elemento chiave per portare avanti una pastorale in grado di affrontare efficacemente il contesto attuale e aiutare chi cerca una vita migliore fuori dalla propria patria, ha spiegato il Cardinale Martino.

 

Il documento “Erga migrantes caritas Christi”, ha osservato, rappresenta “una riflessione sulla preoccupazione della Chiesa per una cura pastorale più efficace dei migranti e dei rifugiati all'inizio del terzo millennio”. Riconoscendo da un lato “i molti pericoli associati alle migrazioni, incluso il loro impatto sulla situazione sociale, economica e politica”, la Santa Sede sottolinea anche “il loro potenziale spirituale e culturale, e le opportunità di arricchimento umano sia per i migranti che per i Paesi di accoglienza”. Per questo, “ha creato nuove strutture pastorali per assistere spiritualmente i migranti, e ha sviluppato modi nuovi e creativi per costruire comunità più giuste, pacifiche e integrate” in un momento in cui “il pluralismo etnico e culturale sta diventando una caratteristica di molte società contemporanee”.

 

Con l'Istruzione “Erga migrantes caritas Christi”, ha osservato il Cardinale, la comunità ecclesiale “è chiamata a diventare sempre più consapevole della sua missione universale nel mondo e nella storia, di fronte a Dio e all'umanità, confidando che alla fine i migranti siano un veicolo di unità e pace in un mondo sempre più unito da legami di solidarietà”.

Le migrazioni, ha proseguito il Porporato, interessano attualmente più di 200 milioni di persone, “il più grande movimento nella storia”. In questo contesto, l'Istruzione vuole “aggiornare la visione della Chiesa della cura pastorale dei migranti” e “fornire una risposta ecclesiale ai loro nuovi bisogni pastorali, per trasformare l'esperienza migratoria in un'opportunità di dialogo e missione in vista della nuova evangelizzazione”. Un elemento chiave del testo è proprio il dialogo, perché la mobilità umana, e soprattutto le migrazioni, mettono davanti a “un pluralismo culturale e religioso forse mai sperimentato così coscientemente finora” (n. 35).

 

“L'incontro tra popoli e gruppi che storicamente hanno vissuto lontani fa sorgere inevitabilmente molti problemi che necessitano la creazione di una nuova vita insieme”, constata il Cardinale. In questa situazione, il dialogo è “un elemento indispensabile” e “un requisito non negoziabile”, e assume molte forme, iniziando dall'incontro di esperti appartenenti a religioni diverse per continuare con “il dialogo dell'azione, che coinvolge cristiani e non cristiani in una collaborazione volta a promuovere lo sviluppo integrale della società”. La Chiesa, ha ricordato, affronta il pluralismo culturale e religioso odierno a tre livelli, a cominciare dal dialogo all'interno della stessa Chiesa cattolica, nel cui contesto esorta a dare importanza alla madrelingua di chi migra perché “l'esperienza pastorale insegna che quando i migranti si sentono compresi e a proprio agio si integrano meglio nella comunità e l'arricchiscono”.

 

In secondo luogo, è necessario il dialogo con le altre Chiese e comunità ecclesiali, “mantenendo la propria identità cattolica e non trascurando la necessità di tener conto dei problemi esistenti tra i cristiani che purtroppo sono ancora separati”. Per questo, bisogna evitare il “facile irenismo” e, all'estremo opposto, il proselitismo.

 

In terzo luogo, bisogna dialogare con i membri delle altre religioni, perché “le migrazioni cambiano anche l'aspetto religioso delle società ospiti”. Da questo punto di vista, “particolarmente importante” è il dialogo con i migranti musulmani.

 

Il Porporato ha riconosciuto che “un incontro tra persone con credo e costumi radicati profondamente e non condivisi con i cristiani può essere difficile”, sottolineando che richiede “molta pazienza e perseveranza”, così come una solida formazione degli agenti pastorali e informazione sulle altre religioni, “per sconfiggere pregiudizi, per superare il relativismo religioso e per evitare chiusure e paure ingiustificate, che frenano il dialogo ed erigono barriere, provocando anche violenza o incomprensioni” (n. 69).

Il dialogo e l'evangelizzazione “non sono opposti”, ha concluso il Cardinal Martino. Per questo, ha invitato i presenti all'Incontro a studiare a fondo l'Istruzione Erga migrantes caritas Christi per “poter lavorare come discepoli del Signore per testimoniare il Vangelo, accogliere lo straniero e trovare soluzioni alle sfide dell'apostolato quotidiano in Asia”.

 

Inoltre il Congresso si è occupato anche del fenomeno dei rifugiati, che l’Agenzia Fides ha approfondito in altre occasioni e che non è oggetto specifico del presente dossier. Ne diamo perciò solo brevi cenni. A parlarne è stato l'Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti, il quale ha ribadito che “è urgente portare Cristo tra i rifugiati” per restituire a ciascuno il rispetto di quella “dignità che è propria di ogni essere umano, a prescindere da qualsiasi distinzione di razza, di sesso, di religione, di ideologia”. Se questo è un principio che ha tutto il suo valore nei confronti di chi è costretto a fuggire “da diverse forme di violenza che mettono a rischio la vita stessa”, ciò deve valere “anche nei confronti di quanti sono costretti a emigrare per cercare mezzi di sopravvivenza”. Bisogno, sofferenza, miseria non fanno mai venir meno la dignità dei figli di Dio e “nessuno ha mai il diritto di calpestarla, in nessun caso”, neppure se si viene etichettati come “irregolari”.

 

“Rifugiati e migranti – ha affermato l’Arcivescovo – hanno bisogno di solidarietà”. Hanno bisogno, ha detto, di vedere rispettati tutti i loro diritti, sia umani che civili che di lavoro; hanno diritto all'assistenza medica e alla previdenza sociale se lavorano; devono avere l'opportunità di impegnarsi in attività economiche per potersi procurare legittimamente di che vivere soprattutto se “richiedenti asilo politico”; profughi o rifugiati o migranti devono avere comunque la possibilità di rendersi autosufficienti.

 

Le parole di Papa Benedetto XVI

 

A conclusione del dossier riportiamo le parole di Benedetto XVI che di recente è intervenuto sul fenomeno delle migrazioni, chiedendo risposte politiche dei paesi di accoglienza e di origine.  Benedetto XVI, dopo la recita dell’Angelus del 31 agosto 2008, ha parlato di una “emergenza” di fronte alla quale serve “senso di responsabilità” dell’intera comunità internazionale.

 

Dopo la recita della preghiera mariana, il Pontefice ha toccatoli tema dell’emigrazione clandestina: una “emergenza” di fronte alla quale egli ha richiamato la responsabilità dei paesi verso i quali si dirige chi cerca una vita migliore, ma anche quella degli stati dai quali la gente si allontana, chiedendo sia di migliorare le loro condizioni sia di combattere i fenomeni criminali che tropo spesso accompagnano le migrazioni clandestine.

 

“In queste ultime settimane – ha detto – la cronaca ha registrato l’aumento degli episodi di immigrazione irregolare dall’Africa. Non di rado, la traversata del Mediterraneo verso il continente europeo, visto come un approdo di speranza per sfuggire a situazioni avverse e spesso insostenibili, si trasforma in tragedia; quella avvenuta qualche giorno fa sembra aver superato le precedenti per l’alto numero di vittime. La migrazione è fenomeno presente fin dagli albori della storia dell’umanità, che da sempre, pertanto, ha caratterizzato le relazioni tra popoli e nazioni”.

 

“L’emergenza in cui si è trasformata nei nostri tempi, tuttavia, ci interpella e, mentre sollecita la nostra solidarietà, impone, nello stesso tempo, efficaci risposte politiche. So che molte istanze regionali, nazionali e internazionali si stanno occupando della questione della migrazione irregolare: ad esse va il mio plauso e il mio incoraggiamento, affinché continuino la loro meritevole azione con senso di responsabilità e spirito umanitario. Senso di responsabilità devono mostrare anche i paesi di origine, non solo perché si tratta di loro concittadini, ma anche per rimuovere le cause di migrazione irregolare, come pure per stroncare, alle radici, tutte le forme di criminalità ad essa collegate. Dal canto loro, i paesi europei e comunque quelli meta di immigrazione sono, tra l’altro, chiamati a sviluppare di comune accordo iniziative e strutture sempre più adeguate alle necessità dei migranti irregolari. Questi ultimi, poi, vanno pure sensibilizzati sul valore della propria vita, che rappresenta un bene unico, sempre prezioso, da tutelare di fronte ai gravissimi rischi a cui si espongono nella ricerca di un miglioramento delle loro condizioni e sul dovere della legalità che si impone a tutti. Come Padre comune, sento il profondo dovere di richiamare l’attenzione di tutti sul problema e di chiedere la generosa collaborazione di singoli e di istituzioni per affrontarlo e trovare vie di soluzione. Il Signore ci accompagni e renda fecondi i nostri sforzi!”.

 

Fonti e linkografia

 

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